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La scuola deve tornare ad occuparsi di pensiero critico

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Paola Daniela Virgilio, insegnante e pedagogista, il seguente intervento.

Non è facile elencare tutti i mali del sistema scuola italiano, ma ancora più difficile è per insegnanti e pedagogisti accettare che ci si stia abituando a questi scenari degradanti.

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La critica va mossa al Sistema Scuola piuttosto che al luogo Scuola e, del resto, il disagio per il progressivo scadimento della scuola è sotto gli occhi di tutti: ad essere in declino è il livello di elaborazione critica.

La scolarizzazione, così come proposta oggi, non costituisce più condizione sufficiente per assicurare ai cittadini il sapere minimo necessario. Nel Secolo scorso la scuola ha sostenuto la crescita sociale ed economica diventando meno elitaria, più equa (allontanando le disuguaglianze sociali). Oggi la scuola punta, anche, sull’efficacia dei processi educativi ma non ha saputo imprimere un mutamento decisivo sul vecchio modello educativo e didattico. Oggi non si tratta più di discutere sull’accesso ma sulle condizioni di permanenza e di uscita dal sistema istruzione.

Le parole di Luigi Comencini “Ogni bambino si tuffa nell’acqua che trova” oggi sono utili ed attuali. Rivedendo le sue interviste, degli anni Settanta su Rai Play, si incontrano racconti che per voce degli stessi bambini, riproducono quel tempo, quei luoghi, quelle vite. Non è solo il racconto di un’epoca: è ben di più. Comencini con le sue interviste “i bambini e noi” (Filone documentaristico per la Rai anni ’70 in 6 episodi) testimoniava gli anni del cambiamento e di importanti misure legislative per la scuola, coraggiose, giuste, eque e finalizzate all’integrazione (legge 118/71; legge 517/77). Erano gli anni dell’alfabetizzazione, della costruzione di pensiero, dello sviluppo e della crescita per tutti.

Oggi viviamo l’Era della spettacolarizzazione e degli influencer, fenomeni complessi con linguaggi forti che determinano specifiche trasformazioni sociali.  Linguaggi capaci di distruggere ruoli e di plasmare il significato di tanti messaggi quotidiani; dialoghi, talvolta, crudeli che possono annientare valori e pensiero.

Abbiamo immaginato la scuola come animatore di cultura ed oggi, forse, può sembrarci utile e bello immaginarla come “influencer”, ma non è così. La scuola deve tornare ad occuparsi di pensiero. Dopo anni di riforme frammentarie e parziali, ancora priva di una stabile collaborazione con psicologi e pedagogisti, la scuola è sfigurata, è fragile, è in crisi d’identità – ma riesce ancora ad autodeterminarsi grazie ai grandi valori insiti nella sua natura.

Ogni giorno la scuola si avvia con il suono della prima campanella, ma poi, scivola giù per il fiume dell’adattamento e viaggia verso la foce e confluisce in una società senza pensiero, lì galleggia inefficace, pronta ad omologare alunni e docenti. È lì ostaggio delle campagne elettorali no stop, degli slogan, dei luoghi comuni.

Però questa scuola resta dentro di noi, e dentro i nostri figli, anche se è online, senza confini e fuori dal tempo. Una scuola che, anche in presenza, non riesce a generare socialità, ma solo socializzazione; una scuola che scolarizza senza generare interesse per la cultura.

Mentre la società avanzata necessita di sviluppare eccellenza diffusa, capacità di emergere non contro o fuori o nonostante, ma dentro il sistema, vediamo spesso la scuola in pasto agli opinionisti, al punto da indebolire il ruolo e l’autorevolezza dei docenti che svolgono un lavoro delicato, difficile, importante e qualificato.