Ieri abbiamo scritto in merito alla lettera di una studentessa che ha fatto il giro del web, pubblicata su Il Corriere della Sera. La ragazza si sfoga criticando il sistema scolastico. La giovane si è definita “stanca”. Non della scuola in sé, ma di essere vista come un voto, di affrontare verifiche quotidiane già a novembre, di non avere più tempo per leggere qualcosa che non sia un compito.
Una stanchezza che molti adolescenti condividono e che non andrebbe liquidata con frasi come “non avete voglia di studiare” o con il confronto con la “scuola di una volta”. Proprio questo punto è stato commentato dal giornalista e scrittore Massimo Gramellini, sempre su Il Corriere.
“Devo riconoscere che non ha mica tutti i torti, e non solo sulla scuola. Il lessico degli adulti è un cifrario di codici nostalgici e torcicolli emotivi. Era tutto più giusto e più serio ‘una volta’.
Una volta c’era meno maleducazione e i genitori sapevano farsi rispettare, una volta.
Una volta potevi camminare per strada senza paura e le persone sorridevano di più, una volta.
Una volta i cibi erano più buoni, i cantanti più bravi, i programmi televisivi più belli e c’era meno ignoranza, una volta”, ha esordito.
“Non è vero, e comunque non del tutto, ma anche se lo fosse, niente disturba un ragazzo come il sentirsi continuamente rimandato a una presunta età dell’oro a cui non ha avuto la fortuna di partecipare. A diciott’anni (ricordate?) ci si sente pionieri di un mondo ignoto, alle prese con problemi in parte inediti e in parte eterni, ma in ogni caso collocati nel presente. Se l’adulto attacca il refrain ‘ai miei tempi’, il giovane non si ribella neanche. Si limita a staccare la spina.
La memoria passa solo se viene trasmessa in modo meno diretto. Parlo per me, ci mancherebbe, ma quando mi invitano in una scuola a dialogare con i ragazzi, troppo spesso oscillo tra il passato e il futuro, tra il com’eravamo (noi) e come diventeranno (loro). Però poi l’unico momento in cui ottengo la loro attenzione è quando chiedo: come va oggi?”, ha concluso.
Sono una studentessa del quarto anno di un liceo classico in Calabria. Prima di iniziare, vorrei chiarire una cosa: amo lo studio, la cultura, i libri e la conoscenza in tutte le sue forme. Lo scrivo perché troppo spesso, quando un adolescente prova a criticare il sistema scolastico, viene liquidato con frasi come «voi giovani non avete voglia di studiare» o «la scuola di una volta era diversa, che ne sapete voi».
A me non interessa della scuola di una volta, perché credo che nel 2025, quasi 2026, non si possa ancora fare il confronto con metodi rigidi che mortificavano gli studenti, e prenderli come esempio.
Io sto cercando ascolto e comprensione.
Sono stanca. E so per certo che non sono l’unica.
Sono stanca di non essere vista come una persona, ma come un voto che sembra valere più del mio nome. Sono stanca di affrontare già a novembre così tante verifiche ogni giorno. Sono stanca di vivere la scuola come un luogo di pressione costante, invece che come un luogo di crescita e confronto.
Studiare è fondamentale, ma nessuno parla del fatto che, schiacciati dal carico di compiti, non abbiamo nemmeno il tempo di fermarci a chiedere a noi stessi cosa ci piace davvero. Perfino il semplice piacere di leggere qualcosa che non sia un compito assegnato, diventa impossibile.
Ci stupiamo quando ci dicono che l’Italia è il quinto tra i Paesi europei con il tasso più alto di abbandono scolastico precoce. Ma come possiamo meravigliarcene, se la scuola smette di essere un luogo in cui si cresce e diventa un luogo da cui scappare?
Questo sistema ha bisogno di essere rinnovato. Perché noi studenti non siamo macchine che devono memorizzare informazioni: siamo adolescenti che hanno il diritto di studiare, dobbiamo imparare, ma dobbiamo anche vivere, mentre impariamo.