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La solitudine degli insegnanti

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“Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo” (R.Williams)

La solitudine non è un enunciato, ma è il risultato di una separazione, di una frattura tra il singolo e le persone prossime e lontane, le quali rappresentano il contesto sociale nel quale operiamo. Vorrei essere smentito, ma questa oggi è la nostra condizione professionale.

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Ci sentiamo separati, rispetto alle scelte culturali del Paese dove lo studio, l’impegno e la fatica sono percepiti quasi come dei disvalori, profili poco efficaci per emergere nel sociale e nel mondo del lavoro.

In questi contesti, spesso le “certificazioni” più efficaci sono rappresentate dalla rete di conoscenze, dal peso del potere economico, consolidando la convinzione che con la cultura, le competenze non si mangia.

Mio “contorsionismo mentale” (uso un’espressione educata, ma dalle mie parti si dice diversamente)? Non credo. Diversi studi confermano questa mia ipotesi. Tra questi il 41° Rapporto Censis dove si registra che solo il 7% degli italiani crede che l’intelligenza e la cultura siano importanti per emergere.

Ci sentiamo separati, diversi, “ alieni”, “altro” rispetto al mondo del lavoro, quando veniamo presentati come “fannulloni”, “privilegiati con tre mesi di ferie l’anno, quindici giorni di vacanza a Natale e Pasqua”, dimenticando che in Europa si fanno mediamente 185 giorni di lezione nella scuola dell’obbligo (da noi almeno 200) con vacanze meno concentrate nel periodo estivo ma meglio distribuite nell’arco dell’anno., grazie anche a un clima meno torrido e afoso. Chi ci presenta così dimentica il ruolo strategico che ha il sapere sul futuro del nostro paese e dell’importanza di brevi “standby “ per il consolidamento di apprendimenti .

Ah, dimenticavo, come scritto sopra, questa è solo la nostra convinzione di insegnanti. Fuori dagli edifici scolastici, altri sono i valori di riferimento. Ci sentiamo “separati”, soli quando rivendichiamo un’adeguata retribuzione in rapporto alla nostra funzione strategica.

In Giappone gli unici cittadini che non sono obbligati ad inchinarsi davanti all’imperatore sono gli insegnanti. Il motivo è che i giapponesi sostengono che senza insegnanti non ci possono essere imperatori.

Da noi invece, parlamentari che presenziano nelle aule parlamentari per tre giorni e negli quattro chiacchierano, giocatori che rincorrono una palla, presentatori che propongono giochi che rasentano spesso il ridicolo e lo zero cerebrale, ricevono compensi molto superiori al nostro. Ah, dimenticavo fuori dalle scuole altri sono i valori. Non ci sentiamo parte di un’Amministrazione.

Ci percepiamo “separati”, “altro” rispetto all’Amministrazione che invece di tutelarci con coperture assicurative adeguate per incidenti che coinvolgono gli studenti ci considera degli “esterni”, lasciandoci alla mercé di avvocati che riescono ad imbastire cause civili, basate anche su elementi scarsamente prevedibili o inevitabili. Non ci sentiamo parte di un’Amministrazione.

Ci percepiamo “esterni”, “altro, in quanto sprovvisti di una cassa sanitaria pubblica che copra ampiamente le nostre cure mediche (denti, analisi, malattie professionali…). Che dite, mi fermo?