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05.03.2026

“La vedova allegra” di Lehàr al Bellini di Catania: l’ottimismo della Grande Vienna prima del disastro mondiale

A Catania, al Teatro Massimo Bellini, va in scena una delle più belle, affascinanti, coinvolgenti operette che hanno contrassegnato la cosiddetta “Belle Epoque” in Europa, “La vedova allegra”, che detta in tedesco suona: “Die lustige Witwe“.

Una condizione che molte signore, senza marito, si portano appresso, ricordando così questa commedia brillante, in musica e dialogo, che ebbe un successo strepitoso, grazie pure al libretto del giornalista Victor Leon e dello scrittore Leo Rosenstein, meglio noto come Stein (pietra); ma soprattutto alle meravigliose musiche di Franz Lehàr, austriaco e con una miriade di altre composizioni sul suo eccezionale curriculum, in un momento fra l’altro in cui, proprio da quelle parti, se Nietzsche colluttava con Wagner, sui suoi decadimenti artistici e filosofici, Mahler si disperava per i continui raffronti delle sue sinfonie con quelle immortali di Beethoven, mentre Richard Strauss con Hugo von Hofmannsthal cercavano “l’opera totale”, all’interno di un’arte coinvolgente i sentimenti umani e la sua espressività.

E questo succedeva sempre in Austria, dove Sigmund Freud metteva intanto sul balcone delle sue indagini relative alla psiche umana, un Ego mistico e selvaggio, Arnold Schönberg impressionava il pubblico con la sua “Kammersymphonie”, in attesa del “Pierrot Lunaire”, scavando all’interno della musica atonale e dodecafonica che voleva sfruttare i dodici suoni della scala cromatica. Una intuizione così straordinaria da ispirare, in qualche modo, il personaggio di Adrian Leverkühn nel nel “Doktor Faustus” di Thomas Mann, che patteggia l’anima per una grandiosa opera che avrebbe sconvolto il mondo.

Ma in quel 1905, quando appunto la “Vedova allegra” venne rappresentata per la prima volta al “Theater an der Wien” di Vienna, nel dicembre, e con miriadi di repliche, l’Europa era invasa ancora dalle melodie dei valzer della dinastia Strauss, ballo e musica, che non potevano non nascere che in Austria, al centro di un universo che andava dalle calde arcate mediterranee, con gli incantamenti veneti, agli avventurosi prati della puszta ungherese e comunque in quell’oriente slavo delle danze zigane, tra Liszt e Brahms, mentre in primo piano i violini delle sinfonie della Mitteleuropa irrompevano, concertando e creando brezze sentimentali e spensierate mai udite.

Un’alba del Novecento, quando la “Vedova” fu rappresentata per la prima volta, che aveva già visto nascere i Buddenbrook, mentre l’anno dopo Pirandello, 1906, mandava alle stampe “Il fu mattia Pascal”, fomentato già, il nuovo secolo, dalla strabiliante “Esposizione universale” di Parigi.

Ma questi sono pure gli anni in cui Max Reinhardt sperimenta le sue grandiose scenografie, legandole alle avanguardie simboliste o pre-espressioniste con messinscene, tra l’altro, di Maeterlinck e di Wedekind.

E se il teatro di Erwin Piscator iniziava il suo percorso politico, Bertolt Brecht pensava già alla rivoluzione proletaria, diretta dall’artista e dall’intellettuale, rifugiandosi nello sperimentato, ma innovativo “Teatro epico”.

Un crogiolo di idee e di creatività, quell’inizio di secolo, forse mai avvertite nel mondo, quando l’Europa dettava i suoi principi e le sue idealità estetiche, comprese quelle socialiste, su spinta della filosofia politica marxista che da lì a poco avrebbe investito la Russia, stravolgendone la storia.

E la “Vedova allegra” con l’operetta, non poteva che nascere da quelle parti, nel cuore dell’Europa, come spettacolo di musica, con orchestra, concertati, coro e perfino danze, intercalata, contrariamente alla grande Opera, da dialoghi in prosa. Un teatro leggero che attingeva nella frivolezza, talvolta perfino lasciva, e nella fantasiosa invenzione della sua vicenda: tenue, ottimistica, lontana dalla tragedia che fra poco avrebbe invece incendiato con la Grande guerra tutto il mondo, per scintilla europea ormai ingovernabile.

Come forse anche oggi sta accadendo, tra frivolezze festivaliere estranianti e tonanti cannoni mediorientali.

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