I sistemi scolastici costituiscono, attraverso la predisposizione di fondi, l’allestimento della didattica, lo specchio della civiltà di un paese. L’accesso all’educazione libera e gratuita costituisce uno dei capisaldi della democrazia, che garantisce la partecipazione politica attiva. In Africa e Sud America l’assenza dei servizi di prossimità obbliga le famiglie a sborsare patrimoni ingenti in materia di didattica (dunque accesso alla scuola) e logistica (modalità per giungervi) per garantire la partecipazione dei giovani della famiglia alle lezioni.
Tuttavia dinamiche come il sovraffollamento, l’impossibilità di studiare ed il coinvolgimento professionale dei giovani fin dalla più tenera età impediscono a questi di sviluppare competenze di base, specie lettura, scrittura e comprensione del testo. Secondo una recente analisi condotta a livello globale, oltre il 60% della popolazione studentesca globale che termina la scuola primaria ha difficoltà nella lettura e comprensione del testo, abilità in sede d’esame naturalmente applicate a testi elementari in lingua nativa.
In Africa subsahariana, la learning poverty colpisce oggi circa l’89% dei bambini di 10 anni: significa che quasi 9 su 10 non sanno leggere e comprendere un testo semplice, secondo dati della Banca Mondiale e dell’UNESCO. La situazione è drammatica in paesi come il Ciad, la Repubblica Centrafricana o il Sud Sudan, dove conflitti armati, sfollamenti interni e carenza cronica di insegnanti qualificati compromettono gravemente il sistema scolastico. In Asia meridionale, l’India presenta forti disparità interne: stati come Tamil Nadu o Kerala mostrano buoni livelli di alfabetizzazione, mentre nel Bihar e nell’Uttar Pradesh la learning poverty resta superiore al 60%.
In America Latina, l’interruzione scolastica durante il COVID ha fatto regredire di oltre un decennio i progressi compiuti: in Brasile, ad esempio, la percentuale di bambini con competenze basilari in lettura è scesa dal 50% pre-pandemia al 34%. Anche nei paesi OCSE, il problema è più presente di quanto si pensi: nel Regno Unito e negli Stati Uniti, minoranze etniche e studenti in povertà sperimentano tassi di learning poverty fino a tre volte superiori rispetto ai coetanei più abbienti. A livello globale, si stima che sei bambini su dieci nei paesi a basso e medio reddito non raggiungano un livello minimo di competenza in lettura alla fine della scuola primaria.
Le cause strutturali della learning poverty sono molteplici, e la pandemia ha avuto un effetto moltiplicatore su fattori preesistenti. Durante il COVID-19, oltre 1,6 miliardi di studenti sono stati colpiti dalla chiusura delle scuole, ma solo una minoranza ha potuto accedere a forme efficaci di apprendimento a distanza: in Africa, il 90% delle famiglie non disponeva di dispositivi digitali o connessione stabile. Nei contesti più vulnerabili, la crisi sanitaria ha accelerato fenomeni come il lavoro minorile: nel 2023, l’ILO stimava che 160 milioni di bambini fossero coinvolti in attività lavorative, spesso in agricoltura o edilizia, sottraendo tempo ed energie alla scuola. Inoltre, la fuga degli insegnanti dai paesi più poveri verso aree urbane o l’estero ha ridotto ulteriormente la qualità dell’offerta educativa: il Malawi, ad esempio, ha un rapporto di 1 insegnante per 120 alunni.
Il cambiamento climatico aggrava il quadro: ondate di calore, siccità o alluvioni costringono alla chiusura prolungata di scuole in Bangladesh, Mozambico, Pakistan. Infine, politiche educative frammentarie e sotto-finanziate – con meno del 3% del PIL destinato all’istruzione in molte economie a basso reddito – rendono quasi impossibile colmare il divario. La learning poverty è quindi un sintomo di un sistema globale che, pur dichiarando l’istruzione un diritto universale, non riesce a garantirla in modo equo, sicuro e continuo.