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Prima Ora | notizie del 26 agosto

26.08.2026

Lezione attiva o trasmissiva: Célestin Freinet, una pedagogia ancora necessaria [INTERVISTA]

A 130 anni dalla nascita e a 60 dalla morte, Célestin Freinet continua a interrogare la scuola contemporanea. Non come figura da celebrare, ma come autore di una proposta pedagogica ancora capace di mettere in discussione alcuni dei presupposti della scuola tradizionale: la lezione esclusivamente trasmissiva, la valutazione estrinseca, l’omogeneità delle classi, la separazione tra apprendimento e cooperazione.

Di questo e delle numerose iniziative dedicate alla pedagogia Freinet parliamo con Enrico Bottero, ricercatore e pedagogista, autore di un recente volume sulla storia e l’attualità dell’esperienza freinetiana, e con Carlo Ridolfi, giornalista, studioso di cinema e attivista culturale. Al centro del programma, organizzato tra Verona e Drizzona, incontri di studio, presentazioni, proiezioni cinematografiche e laboratori.

Perché, a tanti anni dalla sua nascita e dalla sua morte, Freinet è ancora così importante e attuale

Enrico Bottero
Il primo punto da chiarire è che non si tratta di celebrare Freinet costruendogli un monumento. Sarebbe, in fondo, solamente un modo migliore per tradirne lo spirito. La sua pedagogia è ancora attualissima, naturalmente a condizione di contestualizzarla e di leggerla alla luce dei problemi della scuola contemporanea.
Freinet non ha costruito metodo o una metodologia. Ha dato vita, nel corso degli anni, a un sistema coerente di pratiche, quelle che chiamava “tecniche”. Ed è proprio questa coerenza a rendere ancora oggi la sua proposta particolarmente interessante.

La scuola tradizionale è ancora fortemente radicata, in Italia come altrove. È quella che i francesi chiamano forme scolaire: prevalenza dell’insegnamento simultaneo e trasmissivo, valutazione estrinseca, classi organizzate in modo omogeneo per età. Un modello che molti considerano naturale, come se fosse la scuola in quanto tale, mentre ha una sua precisa storia.
Se vogliamo superare quel modello, abbiamo bisogno di un’alternativa altrettanto coerente. La pedagogia Freinet, dopo oltre un secolo di evoluzione, rappresenta proprio un sistema di pratiche capace di offrire una risposta.

Quanto è importante conoscere la storia di questa esperienza?

Enrico Bottero

È fondamentale. Freinet era innanzitutto un pratico. Non sapeva fin dall’inizio dove sarebbe arrivato. Ha costruito il proprio percorso attraverso tentativi ed errori: le prime passeggiate scolastiche, poi il giornalino, la corrispondenza, la stampa in classe. Poco alla volta è emerso un sistema.
A differenza di altri grandi innovatori, come Decroly o Montessori, che hanno elaborato un impianto teorico per poi applicarlo alla pratica, Freinet ha seguito una strada diversa. La sua è stata un’esperienza in continua evoluzione, nata dal lavoro concreto nelle scuole.
E soprattutto non è mai stata soltanto l’esperienza di un singolo. Fin dall’inizio è stata il lavoro di una grande comunità, che ha condiviso, sperimentato e sviluppato le pratiche educative. Questo è uno degli aspetti più originali della pedagogia Freinet.

Non solo parole, ma anche cinema

Carlo Ridolfi, lei ha studiato a lungo il rapporto tra cinema ed educazione. Il programma di Verona prevede anche una rassegna cinematografica. Che cosa vedremo?

Il primo appuntamento sarà il 4 settembre alla Gran Guardia, nel centro di Verona, con un incontro dedicato a Freinet. Seguirà poi, presso il Centro audiovisivi della Biblioteca Civica, una rassegna di quattro appuntamenti in cui lavoreremo con sequenze tratte da diversi lavori.

Il primo film sarà L’École buissonnière, del 1949, diretto da Jean-Paul Le Chanois. È un film di finzione in cui non si dice esplicitamente che si sta raccontando Freinet, ma è importante perché il cinema affronta per la prima volta questa figura e la sua esperienza educativa.

Il 22 settembre ci sposteremo invece in Spagna con Il maestro che promise il mare, film del 2023 diretto da Patricia Font. Racconta la storia del maestro catalano Antoni Benaiges, ucciso dai franchisti anche per la sua attività educativa ispirata alla pedagogia Freinet.

Il 29 settembre torneremo sulla figura di Benaiges attraverso un documentario, El retratista, di Alberto Bougleux, che ripercorre la sua esperienza anche attraverso gli ex allievi e i quaderni stampati nella scuola.

Infine, il 6 ottobre sarà proiettato Révolution école, di Johanna Grudzinska, una regista polacca che ha lavorato per la televisione svizzera. Il film è dedicato alla Lega Internazionale dell’Educazione Nuova e ai suoi congressi. Il grande valore dell’opera sta nell’ampio uso di materiali d’archivio: gli spettatori potranno vedere figure come Alexander S. Neill, Maria Montessori e Célestin Freinet impegnate in quel grande laboratorio internazionale dell’educazione nuova.

Nuovi principi per una scuola nuova

Enrico Bottero, quali sono i principi fondamentali della pedagogia Freinet?

Distinguerei tra principi politici e principi pedagogici e didattici. Ogni pedagogia, anche quando non lo dichiara esplicitamente, ha degli obiettivi politici.
Nel caso di Freinet il punto centrale è l’emancipazione: offrire a tutti la possibilità di accedere alla cultura e contrastare quelli che possiamo chiamare i determinismi sociali. La scuola non deve legittimare le disuguaglianze attraverso una certa interpretazione della meritocrazia, ma deve mettere tutti nelle condizioni di apprendere.
A questo principio si collega la pedagogia differenziata. Significa riconoscere che bambini e ragazzi hanno tempi e modalità di apprendimento differenti e organizzare la scuola di conseguenza. Da qui derivano il piano di lavoro individualizzato e le attività individuali e di gruppo.
E poi c’è la cooperazione, che è probabilmente l’elemento che distingue più profondamente la pedagogia Freinet da altre proposte educative. La classe è un ambiente cooperativo, costruito anche dagli stessi ragazzi attraverso materiali, tecniche e pratiche condivise.

Parlando di pedagogia differenziata, però, qualcuno potrebbe pensare alle vecchie classi differenziali.

Enrico Bottero
 È esattamente il contrario. La pedagogia differenziata non separa gli alunni in classi diverse. Si realizza all’interno della stessa classe, alternando attività collettive, attività individualizzate e attività di gruppo. Naturalmente questo richiede un’organizzazione coerente dei tempi e degli spazi.

Carlo Ridolfi, nei film della rassegna questi principi si vedono concretamente?

Sì. In L’École buissonnière, pur essendo un film costruito con i linguaggi del cinema del suo tempo, emergono con chiarezza alcune tecniche freinetiane: il testo libero, la tipografia in classe, la corrispondenza scolastica. Gli stessi principi sono presenti, in forme diverse, anche nei film dedicati ad Antoni Benaiges e in Révolution école.

Il cinema, in questo senso, può aiutare a comprendere che la pedagogia Freinet non è soltanto un insieme di teorie. È una pratica che ha avuto, e continua ad avere, un’esistenza concreta nelle aule.

Il programma non si ferma a Verona.

Carlo Ridolfi
Il 26 settembre saremo a Drizzona, alla Casa delle Arti e del Gioco Mario Lodi, per un’intera giornata di studio organizzata insieme a Cosetta Lodi.
Al mattino interverranno Enrico Bottero, con una relazione dedicata a Célestin Freinet e alla scuola del lavoro tra emancipazione e cooperazione, e Yuri Meda, storico della scuola e docente dell’Università di Macerata, che parlerà della presenza di Freinet in Italia e del rapporto con Mario Lodi e il Movimento di Cooperazione Educativa.
Io mi occuperò invece di come Freinet è stato raccontato nel cinema, ma anche nella letteratura disegnata e nella canzone d’autore. Nel pomeriggio è previsto un laboratorio sulla presa di parola delle bambine e dei bambini, curato dal gruppo di Scuola Sconfinata.
Sarà un’occasione per discutere e cercare di dimostrare, anche concretamente, l’attualità di Freinet. Ha senso parlarne oggi perché c’è chi, in questo momento, sembra voler riportare la scuola indietro di un secolo. Proprio per questo è importante confrontarsi con una tradizione educativa che continua a proporre un’idea diversa di scuola.

Lei, Carlo Ridolfi, non proviene da una formazione pedagogica in senso stretto. Che cosa l’ha colpita maggiormente, dal punto di vista umano e culturale, studiando Freinet?

La stessa cosa che ho trovato in Mario Lodi, che ho avuto la fortuna di conoscere molto bene, e che ritrovo in altri grandi maestri: una disponibilità piena, quasi incondizionata, all’ascolto delle bambine e dei bambini.
Sono maestri che non si pongono in cattedra, neppure fisicamente. In L’École buissonnière c’è una scena significativa: la pedana su cui si trova la cattedra viene distrutta per fare legna e scaldare una classe umida. È un’immagine quasi simbolica.
Questi insegnanti non partono dalla retorica dell’ascolto, ma dall’ascolto vero. E se non si parte da qui, possiamo anche avere a disposizione tutto il patrimonio teorico e pedagogico del mondo, ma ci mancherà comunque un elemento decisivo.

L’ascolto del bambino, però, non rischia di trasformarsi in una sorta di “mitologia dell’infanzia”, mettendo in secondo piano la trasmissione del patrimonio culturale?

Enrico Bottero
No, perché nella pedagogia Freinet ascoltare non significa trasformare l’insegnante in uno psicologo. Significa essere capaci di organizzare lo spazio, il tempo e i materiali, lasciare spazio alla libera espressione dei ragazzi e poi lavorare su ciò che emerge per accompagnarli verso i saperi.
L’insegnante mantiene un ruolo fondamentale. Non rinuncia all’autorità, ma la sua non è un’autorità autoritaria. È un’autorità educativa che si conquista sul campo. L’insegnante diventa un organizzatore, un facilitatore, una persona capace di costruire le condizioni dell’apprendimento.
Anche le tecniche sono, in questo senso, dei vincoli. Organizzare il tempo della giornata, gli spazi e le attività significa offrire una struttura. Non esiste una libertà assoluta. Esistono, per usare il linguaggio della pedagogia istituzionale, delle “istituzioni” all’interno delle quali la libertà può essere esercitata e conquistata progressivamente.

In occasione dell’incontro di Verona verrà presentato anche il suo libro dedicato a Freinet: Célestin Freinet. Storia e attualità di una pedagogia. Perché questo libro, Bottero?

Il libro è nato dal desiderio di colmare una lacuna. In Italia mancava una vera storia della pedagogia Freinet, una ricostruzione storica dell’esperienza di Freinet e della comunità che si è sviluppata intorno a lui.
Ho cercato di affrontare questo lavoro non soltanto come sostenitore della pedagogia Freinet, ma anche attraverso lo studio dei documenti e delle fonti, cercando di interpretarli con il maggior distacco possibile, comprese le parti più problematiche.
Conoscere la storia è importante anche per evitare i fraintendimenti. L’ignoranza del percorso storico può portare ad attribuire a Freinet idee o pratiche che non ha mai pensato o sostenuto. Per questo è necessario tornare ai documenti, alle fonti e alla storia di questa esperienza.

In definitiva, perché tornare oggi a Freinet?

Enrico Bottero: Perché la sua pedagogia non ci consegna una ricetta pronta, ma un sistema di pratiche e una concezione della scuola ancora capace di interrogare il presente.

Carlo Ridolfi: E perché ci ricorda qualcosa di essenziale: la scuola non può esistere senza cultura, ma non può neppure educare davvero senza ascolto, cooperazione e partecipazione.

A sessant’anni dalla morte di Célestin Freinet, le iniziative di Verona e Drizzona non vogliono dunque soltanto ricordare una grande figura della storia dell’educazione. Vogliono chiedersi che cosa della sua esperienza possa ancora parlare alla scuola di oggi.
Forse la risposta sta proprio nel suo modo di intendere l’educazione: non come semplice trasmissione di contenuti, ma come costruzione collettiva di un ambiente in cui ciascuno possa accedere alla cultura, trovare la propria voce e partecipare, insieme agli altri, alla costruzione di un sapere comune.

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