Secondo una ricerca del Movimento Etico Digitale, metà degli studenti tra gli 11 e i 18 anni, ritengono l’Intelligenza Artificiale una “amica, assistente o consigliera”, anche se, paradossalmente, solo il 4,4 per cento si dichiara davvero competente e dunque appare una opinione senza una sua concretezza fattuale.
Il report pubblicato dopo avere sentito ventimila studenti in tutta Italia, attraverso cui, se per un verso si conferma che la “Rete” è ancora la principale fonte di informazione per oltre il 90 per cento dei ragazzi, dall’altro si evidenzia la presenza sempre più i chatbot generativi, usati da quasi uno studente su due per cercare risposte o scrivere testi, mentre la fiducia verso gli adulti cala sensibilmente.
E se i genitori vengono indicati come riferimento solo nel 60 per cento dei casi, gli insegnanti appena nel 6 per cento
Dice uno studente, come riporta startupitalia.eu: “Quando non so con chi parlare, parlo con ChatGPT. Almeno lui c’è sempre”, con cui si dimostra ancora che l’IA diventa presenza costante, come conferma il pedagogista referente dell’Osservatorio sull’Educazione Digitale: “l’empatia simulata non può sostituire quella autentica. Se vogliamo prenderci cura dei giovani, dobbiamo esserci noi, prima dell’algoritmo”.
In altre parole sembra che la maggioranza dei teenager ha già sperimentato chatbot o strumenti di generazione automatica, ma solo una minoranza riceve indicazioni chiare da genitori o scuole su come e quando usarli, cosicchè l’intelligenza artificiale rischia di diventare un tutor automatico che accompagna lo studio ma disabitua alla riflessione.
In Inghilterra addirittura il 92 per cento degli studenti universitari utilizza l’IA per preparare esami e progetti, e che le università vengono invitate ad adattare le proprie modalità di test per evitare che i compiti diventino esercizi di prompt engineering più che di pensiero critico.
Precisa il fondatore del Movimento Etico Digitale: “Educare al pensiero critico non significa spaventare, ma aiutare i ragazzi a capire che ciò che costruiscono online è parte della loro identità reale”.
La posta in gioco non è dunque la produttività, ma la coscienza, mentre si ha ancora una volta la conferma che “l’equità digitale” è un miraggio, ovvero gli studenti provenienti da contesti socio-economici più forti hanno maggiori possibilità di usare l’IA in modo formativo, mentre chi dispone di meno strumenti tende a impiegarla per compiti meccanici o per “copiare meglio”, per cui “la disuguaglianza di accesso alla formazione sull’IA può tradursi in una disuguaglianza cognitiva”.
Il risultato, si legge sempre su Startupitalia.eu, è un vuoto educativo che l’algoritmo colma con apparente efficienza, offrendo risposte pronte dove mancano dialogo e accompagnamento.