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28.03.2026

Giovani violenti, perché? Gesti impulsivi per esistere agli occhi degli altri, colpa dei social ma anche degli adulti: l’analisi degli psicologi pugliesi

“Ci sono ragazzi che crescono in contesti dove le opportunità sono scarse, le reti di sostegno fragili, i modelli identificativi incerti. In queste condizioni la frustrazione, il senso di esclusione e la rabbia possono accumularsi senza trovare parole, pensiero o canali di elaborazione. E quando mancano strumenti interiori e presìdi educativi, il rischio è che il gesto impulsivo, provocatorio o violento diventi una scorciatoia per esistere agli occhi degli altri”. A sostenerlo è Giuseppe Vinci presidente dell‘Ordine delle psicologhe e degli psicologi della Regione Puglia, a seguito dell’alto numero di episodi di violenza giovanile, filmata e condivisa sui social, come l’ultimo caso di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove una insegnante di francese è stata accoltellata da un suo studente, probabilmente per vendetta e in modo premeditato, in un corridoio della scuola media.

Gli psicologi della Puglia sostengono anche che “troppo spesso il mondo degli adulti consegna messaggi contraddittori: chiede rispetto, ma pratica aggressività; invoca regole, ma legittima scorciatoie; condanna la sopraffazione, ma premia l’esibizione, la derisione, l’annientamento dell’altro”.

Il rappresentante degli psicologi pugliesi, come il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che vieterebbe l’utilizzo dei social sotto i 15 anni di età, punta il dito sui social media: “Molti adolescenti – scrivono – vivono immersi in una cultura in cui il confine tra esperienza e rappresentazione si assottiglia. Il dolore diventa contenuto, il conflitto diventa performance, la trasgressione diventa linguaggio di appartenenza. Se a questo si sommano isolamento, solitudine emotiva e assenza di riferimenti adulti credibili, la violenza può apparire non solo possibile, ma perfino normale”.

Secondo l’Ordine, dunque, occorrono sostegno psicologico nelle scuole, programmi di educazione alle relazioni, contrasto alla povertà educativa, spazi di aggregazione qualificati, formazione degli adulti e ricostruzione di un’alleanza educativa tra famiglie, scuola, servizi e istituzioni.

Vinci ritiene che “social e coltelli” rappresentino ormai “il nuovo linguaggio della violenza giovanile”.

Ma anche che la violenza giovanile non può essere letta soltanto come effetto di una fragilità individuale o di un cattivo uso delle tecnologie: le responsabilità sull’escalation di casi di violenza vanno ricondotte, sostengono gli psicologi pugliesi, in un contesto più ampio segnato da disuguaglianze sociali, povertà educativa, indebolimento dei legami e crescente difficoltà, per molti adolescenti, a trovare luoghi affidabili di riconoscimento, ascolto e contenimento.

“L’adolescenza – conclude il presidente Giuseppe Vinci – non è mai stata un’età semplice ma oggi è attraversata da tensioni nuove e da squilibri sempre più profondi. Non vogliamo che questi fatti diventino il ritratto di un’intera generazione ma non possiamo neppure liquidarli come episodi isolati. Sono segnali gravi, che ci obbligano a interrogarci non solo sui comportamenti dei ragazzi, ma sul contesto sociale e culturale in cui quei comportamenti maturano”.

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