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06.10.2026

Maternità e diritti: quando una gravidanza a rischio diventa un “ostacolo” professionale. Il caso dell’Ufficio Scolastico di Milano

Per chi lavora nel mondo della scuola, il rispetto delle tutele fondamentali e la trasparenza amministrativa rappresentano pilastri ineludibili. Tuttavia, la vicenda denunciata pubblicamente da FP CGIL e FLC CGIL Milano solleva un interrogativo cruciale che riguarda l’intero personale docente e ATA: può l’assenza dovuta a una gravidanza a rischio trasformarsi nell’elemento determinante per escludere una lavoratrice dal proprio incarico?

I fatti

La vicenda coinvolge una dipendente in servizio tramite l’istituto del comando presso l’Ambito Territoriale di Milano (Ufficio X dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia). Assente dal lavoro a causa di una gravidanza a rischio diagnosticata dalle autorità medico-sanitarie competenti, la lavoratrice si è vista negare la riconferma del comando.

Nel corso del confronto sindacale del 27 agosto, è emerso che la ragione principale della mancata riconferma sarebbe stata proprio la sua assenza per maternità. Una scelta che contrasta con i criteri ufficialmente indicati dalla stessa Amministrazione per valutare i comandi, quali «continuità, professionalità, rispetto delle tempistiche, corrette relazioni e altro».

I sindacati mettono subito in chiaro la cornice normativa: “Sia chiaro un punto” precisano le organizzazioni sindacali, “sappiamo bene che il comando è un istituto temporaneo e che la sua proroga non costituisce un diritto della lavoratrice”. “Ma è precisamente il motivo utilizzato per esercitare quella discrezionalità che rende questa vicenda, a nostro giudizio, gravissima”.

La denuncia del sindacato

Nelle comunicazioni dell’Amministrazione è stato contestato alla lavoratrice di non aver manifestato il proprio interesse alla prosecuzione dell’incarico durante il periodo di gravidanza. Cesare Bottiroli della FP CGIL Milano ha espresso duramente la posizione del sindacato:

«Che dietro questa decisione ci fosse la maternità lo avevamo compreso fin dall’inizio», dichiara Bottiroli. «È stata la stessa Amministrazione a scrivere alla lavoratrice che, durante il periodo di assenza, non avrebbe manifestato interesse alla prosecuzione del comando. È un’affermazione che riteniamo sconcertante: parliamo di una donna che stava affrontando una gravidanza a rischio e alla quale, di fatto, viene rimproverato di non essersi attivata, di non aver chiesto un colloquio con la dirigente o di non aver scritto all’Amministrazione per manifestare la volontà di continuare a lavorare presso quell’Ufficio».

Bottiroli prosegue: «È il simbolo di un’Amministrazione autoreferenziale, che sembra pretendere che sia una lavoratrice in gravidanza a rischio a doversi preoccupare di manifestare personalmente il proprio interesse e a sollecitare un colloquio per chiedere la prosecuzione del comando, anziché essere l’Amministrazione a preoccuparsi delle legittime aspettative professionali di una propria lavoratrice. Una concezione dei rapporti di lavoro che respingiamo: la prosecuzione di un comando deve dipendere da criteri professionali trasparenti, non dalla circostanza che una lavoratrice abbia o meno sentito il bisogno di rivolgersi personalmente alla dirigente per chiedere di essere riconfermata».

Disparità di trattamento: oltre 30 docenti comandati a Milano

Un elemento di forte interesse e preoccupazione per tutto il personale docente riguarda la disparità di criterio adottata. Presso l’Ufficio Scolastico Territoriale di Milano, il comando interessa più di trenta docenti. A nessuno degli altri lavoratori coinvolti è stata richiesta preventivamente una manifestazione d’interesse per ottenere la proroga.

«La domanda diventa allora inevitabile», prosegue Bottiroli. «Perché una manifestazione di interesse che non è stata richiesta agli altri lavoratori diventa invece decisiva proprio per A. I., che in quel momento non era fisicamente presente in Ufficio perché in maternità per una gravidanza a rischio? Perché proprio da lei ci si aspettava che chiedesse un colloquio con la dirigente o che si attivasse personalmente per manifestare una volontà che agli altri lavoratori non è stato chiesto di manifestare?». «È questa disparità di comportamento che contestiamo all’Amministrazione ed è esattamente questo il genere di discrezionalità che, come organizzazione sindacale, abbiamo il dovere di mettere in discussione».

La vicenda si arricchisce di contorni contraddittori anche sul piano procedurale:

  1. L’accusa di irreperibilità smentita dai tabulati: Inizialmente l’Amministrazione ha sostenuto di aver cercato la lavoratrice e che questa risultasse irreperibile. Il sindacato ha verificato il registro chiamate del telefono della dipendente, riscontrando che prima della scadenza non c’era stata alcuna telefonata. «Ci è stato detto che avevano cercato di contattare A. I. ma che la lavoratrice era irreperibile», racconta Bottiroli. «A quel punto abbiamo risposto molto semplicemente: non risulta. Avevamo verificato il registro delle chiamate del telefono della dipendente e prima della scadenza del termine non compariva alcuna telefonata dell’Amministrazione».
  2. Il cambio di versione: Dopo la contestazione, l’Ufficio ha ammesso che solo il venerdì successivo (a graduatorie uscite e termini scaduti) si sarebbe accorto che la lavoratrice non era tra i riconfermati, provando a contattarla solo il lunedì successivo. «Dopo la nostra contestazione ci è stato spiegato che soltanto il venerdì, quando erano uscite le graduatorie e il termine era ormai scaduto, l’Ufficio si “sarebbe accorto” che A. I. non era tra il personale riconfermato. Ci è stato detto che quel venerdì avrebbero voluto sentire l’ormai ex collega ma chi se ne sarebbe occupato non ne possedeva il numero di telefono per poi recuperarlo soltanto al rientro in Ufficio nella giornata di lunedì, a giochi oramai ampiamente chiusi. La lavoratrice è stata quindi chiamata il lunedì successivo, quando il termine era già scaduto».
  3. Le note ufficiali: In una nota del 14 agosto, l’Ufficio sosteneva invece che i tempi stretti avessero reso «materialmente impossibile un’azione di “preavviso”». «Qui la questione è molto semplice», incalza Bottiroli. «Prima si scrive alla lavoratrice rappresentando che sarebbe stata cercata e che risultava irreperibile. Poi, quando facciamo presente che sul suo telefono non esistono quelle chiamate, ci viene spiegato che in realtà prima della scadenza non era stata chiamata affatto, perché l’Ufficio non disponeva neppure del suo numero. È una contraddizione che riteniamo gravissima e sulla quale pretendiamo chiarezza». «Allora bisogna scegliere quale sia la ricostruzione corretta. Se il preavviso era materialmente impossibile e se la lavoratrice è stata contattata soltanto dopo la scadenza del termine, non accettiamo che venga successivamente rovesciata su di lei la responsabilità di non avere manifestato per tempo il proprio interesse».

L’Ufficio Scolastico ha inoltre mantenuto il comando durante i circa 7 mesi di assenza per gravidanza a rischio, ma ha ritenuto di non poter attendere un periodo residuo di circa 5 mesi per riaverla in servizio.

La tutela della salute e il messaggio per la scuola

Il punto centrale toccato da FP CGIL e FLC CGIL riguarda la dignità delle lavoratrici e la protezione della maternità nella Pubblica Amministrazione: «Una donna durante una gravidanza a rischio deve poter pensare alla propria salute e a quella del bambino che porta in grembo. Non può essere gravata di un onere aggiuntivo, peraltro non previsto per gli altri lavoratori, e scoprire successivamente che proprio il mancato assolvimento di quell’onere viene utilizzato per giustificare la sua esclusione».

La vicenda è stata formalmente deferita al Comitato Unico di Garanzia (CUG) del Ministero dell’Istruzione e del Merito per l’attivazione delle tutele necessarie. Le sigle sindacali (a firma di Cesare Bottiroli per FP CGIL Milano e Jessica Merli per FLC CGIL Milano) concludono con un appello di principio: «Qui non stiamo chiedendo di trasformare un comando temporaneo in un diritto alla riconferma. Stiamo chiedendo qualcosa di molto più elementare: che la maternità non diventi, direttamente o indirettamente, un fattore di penalizzazione professionale. E che sia proprio una Pubblica Amministrazione a doverlo comprendere non dovrebbe nemmeno essere necessario ricordarlo».

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