Per chi lavora nel mondo della scuola, il rispetto delle tutele fondamentali e la trasparenza amministrativa rappresentano pilastri ineludibili. Tuttavia, la vicenda denunciata pubblicamente da FP CGIL e FLC CGIL Milano solleva un interrogativo cruciale che riguarda l’intero personale docente e ATA: può l’assenza dovuta a una gravidanza a rischio trasformarsi nell’elemento determinante per escludere una lavoratrice dal proprio incarico?
La vicenda coinvolge una dipendente in servizio tramite l’istituto del comando presso l’Ambito Territoriale di Milano (Ufficio X dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia). Assente dal lavoro a causa di una gravidanza a rischio diagnosticata dalle autorità medico-sanitarie competenti, la lavoratrice si è vista negare la riconferma del comando.
Nel corso del confronto sindacale del 27 agosto, è emerso che la ragione principale della mancata riconferma sarebbe stata proprio la sua assenza per maternità. Una scelta che contrasta con i criteri ufficialmente indicati dalla stessa Amministrazione per valutare i comandi, quali «continuità, professionalità, rispetto delle tempistiche, corrette relazioni e altro».
I sindacati mettono subito in chiaro la cornice normativa: “Sia chiaro un punto” precisano le organizzazioni sindacali, “sappiamo bene che il comando è un istituto temporaneo e che la sua proroga non costituisce un diritto della lavoratrice”. “Ma è precisamente il motivo utilizzato per esercitare quella discrezionalità che rende questa vicenda, a nostro giudizio, gravissima”.
Nelle comunicazioni dell’Amministrazione è stato contestato alla lavoratrice di non aver manifestato il proprio interesse alla prosecuzione dell’incarico durante il periodo di gravidanza. Cesare Bottiroli della FP CGIL Milano ha espresso duramente la posizione del sindacato:
«Che dietro questa decisione ci fosse la maternità lo avevamo compreso fin dall’inizio», dichiara Bottiroli. «È stata la stessa Amministrazione a scrivere alla lavoratrice che, durante il periodo di assenza, non avrebbe manifestato interesse alla prosecuzione del comando. È un’affermazione che riteniamo sconcertante: parliamo di una donna che stava affrontando una gravidanza a rischio e alla quale, di fatto, viene rimproverato di non essersi attivata, di non aver chiesto un colloquio con la dirigente o di non aver scritto all’Amministrazione per manifestare la volontà di continuare a lavorare presso quell’Ufficio».
Bottiroli prosegue: «È il simbolo di un’Amministrazione autoreferenziale, che sembra pretendere che sia una lavoratrice in gravidanza a rischio a doversi preoccupare di manifestare personalmente il proprio interesse e a sollecitare un colloquio per chiedere la prosecuzione del comando, anziché essere l’Amministrazione a preoccuparsi delle legittime aspettative professionali di una propria lavoratrice. Una concezione dei rapporti di lavoro che respingiamo: la prosecuzione di un comando deve dipendere da criteri professionali trasparenti, non dalla circostanza che una lavoratrice abbia o meno sentito il bisogno di rivolgersi personalmente alla dirigente per chiedere di essere riconfermata».
Un elemento di forte interesse e preoccupazione per tutto il personale docente riguarda la disparità di criterio adottata. Presso l’Ufficio Scolastico Territoriale di Milano, il comando interessa più di trenta docenti. A nessuno degli altri lavoratori coinvolti è stata richiesta preventivamente una manifestazione d’interesse per ottenere la proroga.
«La domanda diventa allora inevitabile», prosegue Bottiroli. «Perché una manifestazione di interesse che non è stata richiesta agli altri lavoratori diventa invece decisiva proprio per A. I., che in quel momento non era fisicamente presente in Ufficio perché in maternità per una gravidanza a rischio? Perché proprio da lei ci si aspettava che chiedesse un colloquio con la dirigente o che si attivasse personalmente per manifestare una volontà che agli altri lavoratori non è stato chiesto di manifestare?». «È questa disparità di comportamento che contestiamo all’Amministrazione ed è esattamente questo il genere di discrezionalità che, come organizzazione sindacale, abbiamo il dovere di mettere in discussione».
La vicenda si arricchisce di contorni contraddittori anche sul piano procedurale:
L’Ufficio Scolastico ha inoltre mantenuto il comando durante i circa 7 mesi di assenza per gravidanza a rischio, ma ha ritenuto di non poter attendere un periodo residuo di circa 5 mesi per riaverla in servizio.
Il punto centrale toccato da FP CGIL e FLC CGIL riguarda la dignità delle lavoratrici e la protezione della maternità nella Pubblica Amministrazione: «Una donna durante una gravidanza a rischio deve poter pensare alla propria salute e a quella del bambino che porta in grembo. Non può essere gravata di un onere aggiuntivo, peraltro non previsto per gli altri lavoratori, e scoprire successivamente che proprio il mancato assolvimento di quell’onere viene utilizzato per giustificare la sua esclusione».
La vicenda è stata formalmente deferita al Comitato Unico di Garanzia (CUG) del Ministero dell’Istruzione e del Merito per l’attivazione delle tutele necessarie. Le sigle sindacali (a firma di Cesare Bottiroli per FP CGIL Milano e Jessica Merli per FLC CGIL Milano) concludono con un appello di principio: «Qui non stiamo chiedendo di trasformare un comando temporaneo in un diritto alla riconferma. Stiamo chiedendo qualcosa di molto più elementare: che la maternità non diventi, direttamente o indirettamente, un fattore di penalizzazione professionale. E che sia proprio una Pubblica Amministrazione a doverlo comprendere non dovrebbe nemmeno essere necessario ricordarlo».