Ieri abbiamo riportato la notizia relativa ad una studentessa che, dopo l’orale di maturità, in un liceo classico del leccese, ha deciso di scrivere una lettera alla propria presidente di commissione, accusandola di averle fatto fare un colloquio umiliante. Il Corriere della Sera ha intercettato la docente, che ha detto la sua.
La donna, che è una dirigente scolastica, ha risposto negando quanto detto dalla studentessa. “Si è trasformata in un attacco personale che non riflette la realtà di quanto avvenuto. In 40 anni di carriera nella scuola non mi sono mai capitate situazioni simili. Ho sempre mantenuto un rapporto sereno e rispettoso con studenti e colleghi. Ho ricevuto in questi giorni tantissimi messaggi di sostegno, anche da ex alunni che non sentivo da anni. Questo mi conforta”.
Ecco cosa le ha fatto più male dell’accaduto: “L’idea che io possa aver mancato di rispetto a una studentessa. Non appartiene al mio modo di essere, né alla mia storia professionale. Quando lei ha detto di voler studiare giurisprudenza, le ho augurato sinceramente il meglio, come faccio con tutti i ragazzi. Se poi alcune osservazioni tecniche, visto che io stessa ho insegnato diritto, sono state percepite in modo diverso, me ne dispiace. Il mio intento era esclusivamente didattico, mai personale”.
La docente ha criticato un po’ il modo con cui i maturandi affrontano l’esame: “Alcuni studenti arrivano all’esame pensando più all’esposizione che al contenuto. L’esame diventa così un momento celebrativo: cartelloni, fiori, fotografie. Ma l’esame non è una passerella: è un momento valutativo che richiede serietà, concentrazione e senso critico”.
Alla presidente è stato contestato l’atteggiamento ostile con cui avrebbe fatto le domande: “Le domande poste, anche complesse, avevano l’obiettivo di verificare la preparazione e stimolare il ragionamento. Non erano ‘a tranello’, ma pensate per valorizzare le competenze acquisite. A uno studente ho proposto io stessa la lode, proprio grazie a una risposta brillante su un tema di educazione civica. Anche una domanda più difficile, se ben gestita, può fare la differenza”.
“Non ho mai avuto intenzione di ferire o mortificare nessuno. Penso che questa vicenda sia il riflesso di un problema più ampio, che riguarda le fragilità dei giovani, le aspettative alte, il bisogno di riconoscimento. Ma l’esame deve rimanere un momento di verità e non di celebrazione”, ha aggiunto.
“Parlo sempre con i ragazzi. Ma oggi temo che ogni gesto possa essere frainteso o usato per alimentare ulteriormente la polemica. Vorrei che ci fosse un confronto sereno, lontano dai riflettori. Ho dedicato tutta la mia vita alla scuola. Mi dispiace profondamente che questo episodio stia oscurando il lavoro fatto con serietà e dedizione da tutta la commissione”, ha concluso.
Ecco il testo integrale della lettera della studentessa:
“Ai miei docenti, senza di voi non sarei la persona che sono oggi. Alla mia famiglia, per avermi insegnato che davanti ad un’ingiustizia, subita da noi stessi o da altri, non ci si deve mai voltare dall’altra parte.
Cara Presidente, qualche giorno fa ho sostenuto il colloquio orale dell’Esame di Stato. Doveva trattarsi di un’occasione di gioia per me e per la mia famiglia, dati i numerosi sacrifici affrontati nel percorso di studi per conseguire i risultati ottenuti. Purtroppo però, dal primo momento in cui sono entrata nell’aula, dall’altra parte non ho riscontrato il clima di serenità che mi aspettavo. Nel corso del colloquio, ho risposto con tranquillità a tutte le domande poste dai membri della Commissione, sia interni che esterni. Fino a quando, mossa da motivazioni a me ancora oggi sconosciute, Lei ha ritenuto opportuno incalzarmi con una serie di quesiti dai contenuti non chiari, vaghi e generici, posti con tono aggressivo e volti esclusivamente a destabilizzarmi e ad insinuare il dubbio su argomenti da me studiati e compresi. Il Presidente di Commissione svolge un ruolo fondamentale: garantire la regolarità delle operazioni e l’imparzialità della valutazione. Dal momento che non mi ha lasciato la possibilità di esprimermi in sede d’esame, lo farò adesso. Mi spiego meglio, Presidente, tra i suoi compiti non credo vi sia quello di esautorare i membri della Commissione dal proprio ruolo di docenti, togliendo loro la parola costantemente, con domande che esulavano dai contenuti richiesti. Ciò è accaduto nel momento in cui riscontrava la padronanza degli argomenti che avrei voluto avere la soddisfazione di esporre in maniera compiuta.
Questa possibilità, purtroppo, mi è stata ripetutamente negata. Lei infatti, ha sminuito le mie risposte, si è dimostrata infastidita, e non ha consentito agli insegnanti di pormi domande aggiuntive e di interloquire con me, esortando, invece, a proseguire il colloquio con altre discipline. Il culmine è stato raggiunto nell’ultima fase, dedicata ad educazione civica e alla presentazione del PCTO. La prima di una serie di domande capziose è stata: ‘Perché se le cose vanno male ci si lamenta sempre del Governo?’. A tale domanda ho risposto quanto segue: ‘Perché il Governo coordina la politica interna ed estera della Nazione’. Lei mi ha guardata contrariata e ha controbattuto con un giro di parole, finalizzato unicamente a farmi cadere in contraddizione. Ad un quesito di questo tipo, non corrisponde una risposta ‘da manuale’ ed è evidente come lo stesso avrebbe potuto condurmi su un terreno insidioso, con il rischio di portarmi ad esprimere anche convinzioni politiche opinabili e/o non condivise. Per questo motivo, Le ho chiesto di chiarire la domanda poco esplicita, ma questa semplice richiesta è stata ignorata. Ora mi chiedo, se la risposta che avrebbe voluto sentire era: ‘Al Governo serve la fiducia del Parlamento’ perché ha scelto di pormi una domanda fallace invece di chiedermi: ‘Cosa occorre al Governo per esercitare le sue funzioni?’, a cui avrebbe seguito inequivocabilmente la risposta da lei richiesta. Ho cercato di approfondire su quest’argomento, ma non mi è stato possibile, poiché Lei continuava ad infierire”.
“Questo è stato solo il primo esempio dei numerosi tentativi messi in atto per mettermi in difficoltà. Inoltre, con aria sprezzante nei miei confronti, ha detto: ‘Le do una notizia, il Parlamento promulga le leggi’. Sono perfettamente a conoscenza della separazione dei poteri e del ruolo di ciascuno degli organi statali (infatti ho cercato di farlo presente nel colloquio) e se mi avesse dato la possibilità di parlare, senza sovrastare la mia voce con la sua, sicuramente mi sarei espressa in merito. Quando mi ha richiesto di descrivere l’iter di formazione di una legge, io ho menzionato il sistema del ‘bicameralismo perfetto’ e lei mi ha guardata con disapprovazione. Un’altra domanda è stata la seguente: ‘Nella Costituzione Italiana è presente il diritto alla felicità?’. A tale quesito ho risposto: ‘Formalmente no, ma dalla tutela dei diritti inviolabili dell’individuo scaturisce anche la felicità’. Lei ha replicato: ‘Sbagliato, nella Costituzione Americana è previsto il diritto alla felicità’. Un quesito posto chiaramente con l’intento di trarre in inganno, dal momento che la sua domanda riguardava la Costituzione Italiana, non quella Americana. Ha liquidato e denigrato la presentazione del PCTO, sventolandola pubblicamente come se fosse carta straccia, negandomi l’attenzione e il rispetto che il mio lavoro avrebbe meritato”:
“Infine, quando al termine di quello che più che un colloquio potrebbe definirsi un supplizio, mi ha chiesto quali saranno i miei studi futuri, io le ho risposto: ‘Studierò Giurisprudenza’. Lei, con totale mancanza di empatia, ha replicato: ‘Bene, così avrà modo di approfondire questi argomenti’. Con questa affermazione, piena di ostilità e rancore, si è concluso il mio esame. Uscita dall’aula non sono riuscita a trattenere le lacrime. La sua condotta ha rovinato quello che dovrebbe essere uno dei momenti più emozionanti della vita di ogni studente e di ogni studentessa. Ha distrutto un ricordo irripetibile, che più nessuno potrà restituirmi. Per tale motivo, sento il dovere di raccontare la mia esperienza. Il voto non qualifica una persona e non pregiudica il percorso, come mi hanno sempre insegnato i Miei Docenti. Infatti mi ero ripromessa di scriverle questa lettera indipendentemente dall’esito dell’Esame di Stato. Alla luce di quanto accaduto mi domando: lei è mai stata una studentessa? Sa cosa si prova a sedersi in un’aula, desiderando solo un gesto di complicità, di approvazione, o un sorriso per sentirsi a proprio agio? Oggi è toccato a me, domani toccherà ad uno studente più fragile ed insicuro. E questo non posso permetterlo. Per concludere, le do io una notizia: in Europa il numero delle repubbliche è superiore a quello delle monarchie, contrariamente a quanto ha affermato nel corso del colloquio orale della mia compagna (a cui ho assistito personalmente). Inoltre, vorrei farle presente che nel corso del Referendum del 2 giugno 1946, lo scarto dei consensi a favore della Repubblica non era di poche centinaia di migliaia di voti, ma di 2 milioni. Mi sento di aggiungere che affermare: ‘Se avesse vinto la monarchia ce la saremmo comunque cavata’, non è una considerazione adatta ad un Pubblico Ufficiale che in sede d’esame rappresenta un’Istituzione Democratica. Tra i tanti valori che fortunatamente la scuola trasmette vi è quello della solidarietà. Per questo motivo questa lettera è sottoscritta non solo da me, ma anche dai miei compagni che hanno presenziato al mio esame orale in qualità di testimoni”.