Home Archivio storico 1998-2013 Estero Meglio bravi ma infelici o scarsi ma gioiosi?

Meglio bravi ma infelici o scarsi ma gioiosi?

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Negli ultimi decenni il paese asiatico, secondo quanto riportato da Il Pais e poi da altre testate, ha fatto un forte investimento nell’istruzione e la formazione in Corea è vista come una via imprescindibile per il progresso individuale e nazionale, il che sfocia in una dedizione sfiancante degli alunni e in una grande competitività per accedere alle migliori università e poi a un buon matrimonio. Matematica, scienze, lingua coreana e inglese sono considerate le discipline più importanti. Nel 1945 solo il 22% degli adulti sapeva leggere e scrivere.
Dagli anni cinquanta in poi i vari governi sudcoreani diedero grande importanza all’istruzione, consapevoli di dover compensare la mancanza di risorse naturali con il capitale umano. Negli anni sessanta la ricchezza media della Corea del Sud era paragonabile a quella dell’Afghanistan. Ma alla fine degli anni ottanta uno su tre coreani che terminava gli studi secondari proseguiva gli studi superiori: più che nel Regno Unito a quell’epoca.
Secondo i dati OCSE, la quasi totalità (il 98%) dei sudcoreani tra i 25 e i 34 anni ha terminato la scuola secondaria, mentre tra i compatrioti di 20 anni più vecchi la cifra è del 55%. Inoltre il 58% ha ricevuto qualche tipo di formazione superiore.
Nonostante la Corea investa molto in istruzione, gran parte delle risorse proviene dalle famiglie tanto che l’investimento in educazione pubblica per studente è inferiore alla media dei paesi dell’OCSE. Nel caso della secondaria è di 7.860 dollari per alunno a parità di potere d’acquisto, a fronte di una media di 8.297 dollari nell’OCSE. Parte del successo del sistema si deve alla qualità dei professori che sono ingaggiati tra i migliori di ogni selezione. Ma soprattutto si deve, secondo alcuni specialisti, alle lunghe giornate scolastiche. I bambini vanno a scuola fino a 11 ore al giorno e poi, pressati dai genitori, devono dedicare ai libri più ore a casa. Non è raro che negli anni che precedono l’entrata all’università gli studenti tornino a casa a mezzanotte, dopo sessioni extra di studio.
Di contro il loro livello di stress è il maggiore dell’OCSE e sono i meno felici. I bambini studiano 49,4 ore alla settimana, a fronte di una media di 33,9 ore negli altri paesi e il loro indice di felicità è del 65,1 rispetto ad un valore medio di 100. Hanno poco tempo per giocare e dormire. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso agosto dal Ministero sudcoreano dell’Istruzione quando gli si chiede se è felice solo un bambino su due risponde di sì e uno su 10 dice che si sente solo. Il risultato è un gran numero di suicidi tra gli studenti della scuola primaria, secondaria superiore e inferiore: l’anno passato ha superato i 200, un 47% in più che nel 2008. In parte per non avere ottenuto voti sufficienti negli esami scolastici. E poi vengono i costi. L’istruzione primaria è gratuita, ma non si va oltre, la qual cosa sottopone le famiglie ad una grosse pressione finanziaria. A Seul l’anno scorso spendevano una media di 522 dollari (circa 395 euro) al mese in lezioni private, quasi il 16% delle loro entrate. Anche tra i professori esiste malcontento, sebbene siano ben pagati. Si sentono sottovalutati e dicono che le classi sono massificate e gli studenti sono esausti per le lezioni supplementari. L’apprendimento a memoria, l’apprendimento orientato ai fatti, l’insegnamento autoritario e una mancanza di enfasi nella creatività sono caratteristiche del sistema.
Verrebbe quasi da dire, di fronte a questi numeri, che stanno meglio i nostri ragazzi, più scarsi ma più felici, meno stressati ma più intraprendenti, un po’ bighelloni ma con fantasia da esportare e come in tutte le cose è meglio accontentarsi dei poco lusinghieri risultati Pisa che della infelicità manifesta degli alunni italiani.

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