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Prima ora | notizie del 17 luglio

17.07.2026
Aggiornato alle 19:01

Meno dispersione è un segnale positivo, ma l’inclusione resta la vera sfida: l’Associazione italiana dislessia commenta così i dati Invalsi

Il Rapporto INVALSI 2026 registra un netto calo della dispersione scolastica implicita. L’Associazione Italiana Dislessia invita però a leggere i risultati alla luce delle differenze territoriali nell’accesso alle diagnosi di DSA e ai percorsi di inclusione.

La scuola italiana compie un passo avanti nella lotta alla dispersione scolastica, ma il percorso verso un sistema realmente inclusivo è ancora lontano dall’essere completato. È quanto emerge dalla lettura che l’Associazione Italiana Dislessia (AID) propone del Rapporto INVALSI 2026, pubblicato nei giorni scorsi.
Tra i dati più significativi figura la riduzione della dispersione scolastica implicita, passata dall’8,7% del 2025 al 6,3% nel 2026, il valore più basso degli ultimi anni. Un risultato che AID considera incoraggiante e che riconosce l’impegno quotidiano di scuole, insegnanti e istituzioni.

«Il calo della dispersione rappresenta una buona notizia e testimonia la bontà del lavoro quotidiano di scuole, insegnanti e istituzioni», afferma la presidente di AID, Lucia Iacopini. «I dati INVALSI, tuttavia, ci ricordano anche che il nostro sistema scolastico continua a essere attraversato da forti disuguaglianze territoriali e sociali. Per questo non dobbiamo limitarci a chiederci quanto apprendono gli studenti, ma quali condizioni consentano a ciascuno di esprimere realmente le proprie competenze».

Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli studenti con una certificazione di Disturbo Specifico dell’Apprendimento rappresentano circa il 6% della popolazione scolastica italiana. La loro distribuzione, però, è tutt’altro che uniforme: le percentuali aumentano nella scuola secondaria e variano sensibilmente da regione a regione.

Proprio su questo aspetto si concentra l’analisi realizzata dall’Associazione Italiana Dislessia, che ha confrontato i dati territoriali relativi alle certificazioni di DSA con i risultati regionali delle prove INVALSI 2026. Dall’incrocio emerge una tendenza significativa: le regioni in cui vengono riconosciuti e certificati più studenti con DSA registrano, in media, risultati migliori nelle prove di Italiano e Matematica e livelli più contenuti di dispersione scolastica implicita.

Secondo l’associazione, non si può parlare di un rapporto diretto di causa-effetto tra numero di diagnosi e migliori risultati scolastici. Tuttavia, la capacità di individuare precocemente le difficoltà, garantire l’accesso ai servizi specialistici, predisporre il Piano Didattico Personalizzato e adottare pratiche didattiche inclusive rappresenta un indicatore della qualità del sistema scolastico.

«La diagnosi non crea il bisogno e non attribuisce un’etichetta: rende visibile una difficoltà che esiste già», sottolinea Iacopini che aggiunge: «Quando un DSA non viene riconosciuto, il rischio è che una difficoltà specifica venga interpretata come scarso impegno, disattenzione o mancanza di capacità. Nel tempo questo può tradursi in insuccesso, perdita di motivazione, ritardo scolastico e, nei casi più gravi, abbandono».

A preoccupare sono soprattutto le profonde differenze territoriali. Le certificazioni di DSA passano infatti dall’8,4% della Valle d’Aosta all’1,8% della Calabria, un divario che, secondo AID, difficilmente può essere spiegato da una diversa incidenza naturale dei disturbi e che sembra riflettere piuttosto le disuguaglianze nell’accesso ai percorsi diagnostici e ai servizi.

«Non possiamo pensare che in alcune regioni italiane i DSA siano tre o quattro volte meno frequenti che in altre», osserva ancora la presidente dell’associazione. «Questi numeri pongono forti domande sulla capacità dei territori di intercettare precocemente le difficoltà e di garantire a tutti gli studenti gli stessi diritti».
Per questo AID invita a valorizzare ulteriormente il patrimonio informativo offerto dal Rapporto INVALSI, utilizzando dati aggregati e anonimizzati per approfondire i percorsi scolastici degli studenti con DSA, valutare l’effettiva applicazione dei Piani Didattici Personalizzati, l’utilizzo degli strumenti compensativi e il peso delle differenze territoriali nella presa in carico.

Il messaggio conclusivo dell’associazione è chiaro: migliorare la qualità della scuola significa investire anche sull’inclusione. «Non servono classifiche» conclude Lucia Iacopini.
«Serve capire quali sono gli interventi che funzionano, dove i diritti sono realmente applicati e quali territori hanno bisogno di maggiore sostegno. L’inclusione non è un capitolo separato dalla qualità della scuola: è una delle sue condizioni essenziali. Una scuola più attenta ai bisogni di tutti è una scuola che migliora gli apprendimenti di tutti».

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