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“Mi basta la terza media!”, ogni anno s’arrendono in 600 mila: così nasce la grande fabbrica di disoccupati

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L’abbandono scolastico non riguarda soltanto gli adolescenti, ma colpisce ogni anno anche tantissimi giovani tra i 18 e i 24 anni: spesso privi di occupazione o impegnati in attività saltuarie e dequalificate, decidono di lasciare definitivamente gli studi non conseguendo nemmeno un diploma di maturità o una qualifica professionale. In questo modo, si ritrovano adulti con in tasca solo il diploma di licenza media.

A rilevarlo, l’11 gennaio, è stata la Cgia di Mestre, la più importante Associazione Artigiani e Piccole Imprese, secondo la quale sebbene negli ultimi anni ci sia stata una contrazione del fenomeno, questa tendenza contribuisce ad aumentare la disoccupazione giovanile, il rischio povertà e di esclusione sociale.

Del resto, oggi risulta complicato trovare un’occupazione anche per chi ha un diploma o la laurea, pure con il massimo dei voti: figuriamoci quali ostacoli incontra chi si presenta nel mondo del lavoro senza nemmeno una qualifica.

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Le conseguenze e le cause

Il sindacato veneto spiega che se nel 2018 sono stati circa 62.000 i ‘cervelli in fuga‘ che hanno lasciato l’Italia per andare all’estero, per contro, 598.000 giovani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato la scuola o un corso universitario.

Le conseguenze dell’abbandono della scuola sono alla lunga devastanti: “una persona che non ha un livello minimo di istruzione – sottolinea la Cgia – in genere è destinata ad un lavoro dequalificato, spesso precario e con un livello retributivo basso”.

Le cause che determinano l’abbandono alle superiori più i maschi che le femmine – sono principalmente culturali, sociali ed economiche: i ragazzi che provengono da ambienti socialmente svantaggiati e da famiglie con uno scarso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di non finire il percorso di studi.

Nel mondo globalizzato, dove tutto appare disponibile a portata di mano con un clic, a favorire l’abbandono dei banchi di scuola è anche la scarsa considerazione che l’opinione pubblica riserva all’Istruzione e allo studio.

L’Italia tra i peggiori Paesi d’Europa

Sempre relativamente ai giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, sebbene la “fuga” dalla scuola sia in calo in tutta Europa, nel 2018 l’Italia figura è al terzo posto tra i 19 paesi dell’Area dell’euro per abbandono scolastico, con il 14,5% di abbandoni ufficiali.

Solo Malta (17,4%) e Spagna (17,9%) hanno risultati peggiori. La media Ue è all’11%. Mentre le indicazioni che arrivano dall’unione europea sono quelle di raggiungere l’obiettivo del 10% entro la fine di quest’anno.

Tra il 2008 e il 2018 la contrazione del fenomeno in Italia è scesa del 5,1%, pressoché in linea con la media Ue (-5,3%).

Le nostre regioni meridionali sono quelle che continuano ad avere i livelli più alti di abbandono dei banchi, con almeno un ragazzo su cinque che lascia la scuola in anticipo.

Nel 2018 in Sardegna è stato del 23%, in Sicilia del 22,1% e in Calabria del 20,3%. Preoccupa la situazione di quest’ultima regione che rispetto a quasi tutte le altre è in controtendenza rispetto al dato relativo al 2008: l’abbandono scolastico in questi ultimi 10 anni è salito dell’1,8%.

Di contro, se guardiamo a Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (entrambe con l’8,9% di dispersione), Abruzzo (8,8%) e Umbria (8,4%, l’obiettivo europeo sarebbe già conquistato.

È il Nordest a fa riscontrare l’incidenza percentuale di abbandono scolastico più bassa a livello di macro territorio: solo il 10,6%.

Il paradosso: le imprese non trovano personale qualificato

Secondo Stefano Zabeo, direttore del centro studi della Cgia di Mestre, quello degli descolarizzati è un problema “che stiamo colpevolmente sottovalutando, visto che nei prossimi anni, anche a seguito della denatalità in atto, le imprese rischiano di non poter contare su nuove maestranze sufficientemente preparate professionalmente. Un problema che già oggi comincia a farsi sentire in molte aree produttive, specie del Nord”.

Sulla base delle indagini condotte dall’Unioncamere e dall’Anpal, sarebbero stati oltre un milione i posti di lavoro di difficile reperimento nel 2018, proprio a causa del disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro, soprattutto nel campo informatico.

E questo “vuoto” diventa ancora più paradossale se si pensa che in Italia la disoccupazione giovanile supera il 25% e il Bel Paese fa anche riscontrare il record di Neet.

Secondo Renato Mason, segretario Cgia, “un Paese che aspira ad essere moderno, oltre a poter contare sull’utilizzo di tecnologie avanzate, è altrettanto importante che possa avvalersi di una manodopera qualificata. Altrimenti, c’è il pericolo di un impoverimento generale del sistema Paese e, in misura ugualmente preoccupante, di una marginalizzazione di molti soggetti che difficilmente potranno essere reintegrati attivamente nella nostra società. Tutti gli esperti, infatti, sono concordi nel ritenere che la povertà educativa e la povertà economica sono strettamente correlate”.

Molti giovani italiani disdegnano il lavoro di base

Ma c’è dell’altro: sempre per la Cgia, non va dimenticato che in tutta l’Ue si sta verificando una forte polarizzazione del mercato del lavoro. Le imprese, infatti, se da un lato cercano con sempre maggiore insistenza del personale con alta specializzazione tecnica-professionale, dall’altro necessitano anche di figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e di specializzazione.

Tuttavia, molti nostri giovani, anche quelli che si fermano alla terza media, non sembrano interessati ai profili professionali di base.

Il calo demografico e le difficoltà di far dialogare il mondo della scuola con quello del lavoro, commenta ancora la Cgia, hanno “reso molto difficile il reperimento da parte delle imprese di molte professionalità di alto profilo”: allo stesso tempo, “la copertura dei mestieri più duri e faticosi dal punto di vista fisico è stata garantita, almeno in parte, grazie alla disponibilità degli immigrati”.

Il futuro? Sempre più grigio

Le prospettive sono ancora più grigie del presente: “se il numero degli descolarizzati non è destinato a ridursi drasticamente, nei prossimi anni sarà sempre più difficile per le aziende trovare personale qualificato, anche perché si sta riducendo, a causa del calo demografico, la platea dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro”.

Inoltre, conclude il sindacato, “questi giovani, che non dispongono di una adeguata preparazione professionale, saranno difficilmente collocabili nel mercato del lavoro, anche perché rischiano di perdere in partenza la competizione con gli stranieri nell’occupare i posti di lavoro poco qualificati”.

Un’ultima considerazione: per contrastare la dispersione scolastica da più parti, anche istituzionali, viene chiesto alla politica di intervenire con l’allargamento del tempo pieno, soprattutto al Sud, e con un piano al largo raggio che contrasti gli abbandoni precoci dei banchi.

Quella della cancellazione delle classi pollaio era ferma intenzione anche dell’attuale ministra dell’istruzione, Lucia Azzolina, la quale però nel programma presentato solo poche ore fa, subito dopo il giuramento al Quirinale, non ha incluso tale obiettivo tra le priorità del suo mandato.

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