Sarebbe il consueto paradosso a cui siamo abituati anche in altri fronti, benchè quello della scuola sembra essere il più spiazzante, o almeno quello su cui di più si rivolge l’attenzione.
Come succede sul versante delle presidenze, dove c’è una forte presenza di personale, che ha superato il regolare concorso, ma a cui non viene assegnata la cattedra, lasciando così scattare le reggenze, l’assegnazione cioè di quel posto a un dirigente che deve dividersi così fra due o più scuole: una anomalia in pratica, dannosa per tutti, alunni e prof compresi, che non possono contare su una presidenza stabile.
Cosa osta a nominare su quelle sedi vacanti un vincitore di concorso, in attesa e ancora a scuola a insegnare, non è dato sapere, mentre la reggenza appare, giustamente, non solo una anomalia tutta italiana, ma anche una sorta di violenza sistemica sul diritto.
Da qui anche la protesta e l’appello lanciato dai vincitori del concorso a dirigente, secondo i quali, sulla base dei calcoli rappresentati perfino dal Ministero, da settembre 2025 più di mille scuole italiane saranno senza un dirigente scolastico titolare e dunque saranno affidate in reggenza a presidi già oberati da incarichi multipli. E questo, nonostante il ministro abbia dichiarato: “I concorsi sono stati riattivati e la scuola italiana riparte”.
Ma quando e come è ripartita, dicono i diretti interessati, non si capisce, mentre siamo di fronte al consueto paradosso? Infatti, sostengono, migliaia di dirigenti scolastici vincitori di concorso – riservato e ordinario – restano senza nomina. “Professionisti formati, selezionati, pronti a servire, vengono ignorati da uno Stato che, per miopia o calcolo politico, preferisce perpetuare un sistema instabile, precario, inefficiente”.
Il dato, pubblicato dal Sole 24 Ore, è chiaro: “a fronte di oltre mille scuole vacanti, più di 2.000 dirigenti risultano vincitori di concorso. Non aspiranti, ma professionisti che hanno superato prove complesse e percorsi formativi rigorosi. Eppure, restano in attesa, mentre lo Stato sceglie la reggenza come soluzione tampone per contenere i costi”.
Con loro si schierano le principali sigle sindacali: ANP, Dirigentiscuola, UIL, CISL che denunciano da anni come la reggenza sia diventata una scorciatoia strutturale, un meccanismo abusato che compromette la qualità del sistema. Anche gli uffici scolastici regionali e lo stesso Ministero ne riconoscono le distorsioni.
Infatti, viene ulteriormente precisato, un dirigente reggente non può garantire presenza, continuità, ascolto. E non per cattiva volontà ma per la complessità nella quale deve lavorare e il frazionamento del tempo contro cui si vede costretto a lottare.
Infatti la sua attenzione è divisa, il tempo frammentato, le priorità si accavallano, mentre le scuole in reggenza vivono nell’incertezza, prive di regia, incapaci di reagire con tempestività alle emergenze o di costruire una visione educativa coerente.
Secondo l’indagine ANP-LUMSA, il 90% dei dirigenti lavora a ritmi insostenibili, l’85% soffre accumulo irregolare del lavoro e manifestazioni frequenti di stress, insonnia e burnout.
Ma c’è ancora un altro rischio, viene spiegato, quello che si creino nuove figure professionali, “vicepresidi” o “middle management”, che alla fine chiedano riconoscimenti e diritti, allargando la così platea dei contenziosi. “Una scuola senza dirigente è come un ospedale senza direttore, una nave senza comandante. La leadership scolastica è la chiave della qualità educativa. Senza di essa, ogni progettualità si svuota, ogni investimento rischia di essere inefficace, ogni sforzo si disperde. La scuola resta senza voce, senza visione, senza futuro.”