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30.06.2026

Neet in calo ma sempre tanti. Sono soprattutto donne sulle “spalle” della famiglia, però non chiamateli perditempo: 2 su 3 cercano lavoro

Nell’ultimo decennio Neet nel 2025 sono scesi in modo significativo, quasi del 50%, ma rimangono in alto numero: i ‘Not in education, employment or training’ – ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione – sono scesi al 13,3% della popolazione di riferimento, la metà rispetto al 25,7% del 2015. La quantità complessiva rimane non indifferente, ma nella maggior parte dei casi non sono cittadini rassegnati.

A ricordarlo è stata l’indagine Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, su 1.548 giovani Neet tra i 15 e i 34 anni, le cui conclusioni confermano le principali tendenze già evidenziate nel Rapporto annuale Istat.

In calo, ma non tutte le “fasce”

Il forte calo non sembra però avere toccato più di tanto le “fasce” più adulte della popolazione giovanile, tra le donne e nel Mezzogiorno: l’incidenza raggiunge il 20% tra i 25-29enni, il 14,9% tra le donne contro l’11,8% tra gli uomini, e il 20,2% nel Mezzogiorno, rispetto all’8,7% del Nord e all’11,8% del Centro.

Quindi, tra le giovani donne la condizione Neet è più frequente e tende a collegarsi con transizioni adulte più complesse, carichi familiari e maggiori difficoltà di rientro nel lavoro. Proprio questa convergenza consente all’indagine Inapp di andare oltre la misurazione del fenomeno e di approfondirne le articolazioni interne.

Altro dato che emerge dalla ricerca, sottolinea l’Ansa, è il ruolo delle famiglie. Nel campione Inapp, il 28,8% dei giovani indica la famiglia come unica fonte di entrata, mentre il 39% non dichiara alcuna fonte di entrata. La famiglia si conferma quindi un ammortizzatore sociale decisivo, capace di sostenere economicamente e materialmente molti giovani nella fase di sospensione. Ma proprio questa funzione protettiva può diventare, in alcuni casi, anche un fattore di invisibilità e permanenza: il sostegno familiare attenua l’urgenza economica immediata, ma può rendere meno evidente il rischio di una transizione bloccata, soprattutto quando non si accompagna a percorsi di orientamento, formazione, lavoro o presa in carico.

Quanto tempo si rimane Neet?

L’indagine conferma anche il peso della durata dell’inattività. Nel campione Inapp il 67,2% dei giovani è inattivo da meno di un anno, mentre il 32,8% lo è da più di un anno. Le analisi multivariate mostrano che la permanenza prolungata nella condizione Neet non dipende da un solo fattore: cresce con l’età, si riduce in presenza di livelli più elevati di istruzione e si associa alla fragilità delle esperienze lavorative pregresse. In molti casi, infatti, il problema non è soltanto non aver mai lavorato, ma aver attraversato lavori intermittenti, occasionali o non stabilizzanti.

Ma cosa serve per abbattere ulteriormente il fenomeno dei Neet: secondo i ricercatori servono strategie diverse per intercettare i giovani più invisibili, accompagnare chi è disponibile, ma non attivo, sostenere chi cerca lavoro senza riuscire ad accedere alla prima esperienza, valorizzare chi ha competenze ma incontra ostacoli, e rendere compatibile l’attivazione con i carichi di cura e le condizioni di salute.

Forlani (presidente Inapp): c’è uno zoccolo duro da superare

Natale Forlani, presidente Inapp, ha spiegato che “la crescita dell’economia e dell’occupazione post Covid-19 hanno consentito di ridurre in modo consistente il numero dei giovani che non studiano e non lavorano, con risultati interessanti anche nei territori meno sviluppati. Ma rimane lo zoccolo duro del fenomeno, particolarmente concentrato sulla componente femminile e residente nel Mezzogiorno che richiede interventi differenziati: attrattività dei salari, conciliazione dei carichi familiari e lavorativi, formazione mirata con percorsi di inserimento post-scolastici più rapidi per evitare la cronicizzazione della condizione di un’attività. Poco meno dei due terzi dei giovani neet under 35 anni conferma di essere attiva nella ricerca di lavoro o di essere interessata a farlo”.

Secondo il presidente Inapp “è un patrimonio di risorse umane che non deve essere trascurato tenendo conto della domanda di lavoro delle imprese che non riscontra una carenza di lavoratori disponibili, per tutte le tipologie di qualificazione, destinata a proseguire nell’immediato futuro, che offre una straordinaria occasione per ridurre ulteriormente il fenomeno”.

Pirulli (Cisl): non siamo davanti a una generazione rassegnata

Anche per il segretario confederale della Cisl, Mattia Pirulli, “i Neet diminuiscono, ma il fenomeno resta ancora troppo concentrato tra le donne, nel Mezzogiorno e nelle fasce giovanili più adulte. È un segnale positivo, ma non sufficiente: l’attenzione deve restare alta e le politiche pubbliche devono diventare più mirate, più rapide, più efficaci”.

Pirulli si è soffermato sul “dato che ribalta molti stereotipi: oltre il 60% dei Neet cerca attivamente lavoro. Non siamo davanti a una generazione rassegnata o disinteressata, ma a un grande patrimonio di energie, competenze e disponibilità che il Paese non può permettersi di disperdere. Tanto più in una fase in cui la domanda delle imprese resta elevata e quasi una posizione su due incontra difficoltà di reperimento”.

Per concludere, ha detto Pirulli, “occorre rafforzare l’azione pubblica, investire nei servizi per il lavoro, rendere più efficace il raccordo tra scuola, formazione e imprese, e valorizzare pienamente il ruolo dei fondi interprofessionali contrattuali”.

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