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Noi, insegnanti tecnico pratici, poco considerati nella scuola

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Sono un insegnante tecnico pratico di un istituto professionale statale. Non faccio parte di associazioni, non partecipo a seminari sui nuovi saperi e non vengo pagato per tenere corsi di cooperative learning o brainstorming (si scrive così?). Da 25 anni svolgo il mio lavoro nei  laboratori e in aula con i ragazzi cercando di dare loro il massimo. Così come fanno tantissimi altri colleghi.

Per questi motivi non veniamo mai presi in considerazione neppure dalle testate, come la vostra, che si occupano in maniera specifica della scuola.

Scrivo dopo aver letto nel vostro sito l’ennesimo articolo sugli istituti professionali, dove addirittura un ex ministro si è finalmente accorto del disastro creato in questi istituti e che si sta iniziando ad attuare negli istituti tecnici. Quello che stupisce, è sentire le lamentele delle imprese italiane, fondamentali, insieme ai responsabili di confindustria che affiancarono la Gelmini, nell’opera di distruzione degli istituti tecnici e professionali statali grazie all’eliminazione delle  ore di laboratorio e delle attività pratiche. D’altronde da quando nella scuola, soprattutto negli IPSIA ha preso il sopravvento la categoria degli insegnanti conferenzieri e dei presidi, pardon, dirigenti scolastici commessi viaggiatori, affiancati da esperti che girano in radio e TV, le cose per i tecnici e professionali sono andate sempre peggiorando.

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Per anni il mondo della scuola, giornali specializzati compresi, hanno dato spazio a questi “esperti”, che non hanno mai visto un cantiere, un tornio o un multimetro in vita loro, ma sono tanto bravi nell’organizzare seminari, convegni, tavole rotonde, commissioni, comitati. ecc., sostenendo la  menzogna del potenziamento degli istituti tecnici e professionali statali grazie all’aumento delle  ore di laboratorio che scaturivano dalla riforma Gelmini.

Più ore di laboratorio? Vediamo.

Prima della riforma Gelmini  negli istituti professionali statali in prima e seconda si facevano 11 ore di laboratorio alla settimana mentre in terza  erano 14 per ogni settimana (Orario di tutti gli IPSIA Italiani ex progetto 92).

Con la riforma propagandata dal ministro Gelmini le ore in prima e seconda passeranno da 11 a 4 alla settimana,  ossia meno della metà  . Ore di laboratorio ridotte del 64% per intenderci (Nuovi quadri orario degli IPSIA).

Ridotte, non aumentate.

Stessa storia per la terza classe. Si passa da 14 a 6 ore settimanaliridotte del 60%.

Ridotte, non aumentate.

Nel triennio degli istituti tecnici la riduzione delle ore di laboratorio supera il 30%.

Per capire l’assurdità di questa riforma, le ore di laboratorio di chimica e di fisica saranno ridotte nel biennio dei tecnici medesimi, a solo un’ora alla settimana. Stesso discorso per i professionali. Ma come si può pensare di fare solo un’ora di laboratorio alla settimana?                                                                                                                 

Esattamente come l’ora di religione!!

Perché si è fatto un gran baccano per le ore di geografia, ma nessuno ha detto nulla riguardo alla quasi totale sparizione delle ore di laboratorio e di esercitazioni pratiche dai tecnici e dai professionali?

Come mai nessuno si è accorto dell’esplosione esponenziale della dispersione scolastica e degli abbandoni in questi istituti da quando è partito il nuovo impianto formativo?

Noi docenti Itp e teorici, immediatamente protestammo contro questo scempio, ma nessuno, neanche voi, ci dette ascolto. Avete preferito seguire gli organizzatori di seminari e il ministro. Senza contare chi, ancora oggi, va in tv a vantare quelli che vengono chiamati laboratori poveri, ossia laboratori virtuali. Vorrei umilmente far notare che laboratorio virtuale è una colossale scemenza perché il laboratorio ha alla base l’esperienza diretta con il fenomeno da studiare, la sua osservazione, il montaggio del sistema, il recupero dei dati, il collaudo, la verifica degli enunciati teorici alla luce dei risultati ottenuti ecc, quindi alla base vi è l’utilizzo delle mani (scandalo!!), l’uso del cacciavite, delle pinze, della lima, della saldatrice (scandalo ancora!!), tutte cose che appassionano i ragazzi, che li motivano, gratificano, e li portano ad apprendere in maniera deduttiva cose che viste al pc o alla lavagna sarebbero rimaste sempre oscure per loro.

Negli ultimi 20 anni su questi istituti si sono abbattute due riforme una più sciagurata dell’altra, iniziando dal famigerato Progetto 92, passando per il Progetto 2002 che ha poi portato all’attuale disastro della riforma Gelmini. Le persone che sono dietro a queste riforme sono sempre le stesse, persone che hanno a cuore tanti interessi, tranne  quelli  degli alunni con le loro aspettative. Vedere nella mia scuola, che ha una storia di 50 anni, i laboratori VUOTI, in disarmo, quasi fossero inutili cimeli del passato fa veramente male. Sapere che la mia scuola ha una potenzialità incredibile per quanto riguarda la preparazione professionale degli alunni e la lotta contro gli abbandoni e la dispersione scolastica e che questa stessa potenzialità, viene eliminata, distrutta, annullata, da riforme che non hanno né capo né coda, provoca in noi insegnanti di pratica professionale e laboratorio una grande rabbia e delusione.

Prima del progetto 92, ossia fino al 1994, i ragazzi facevano 40 ore di lezione settimanali, 20 in aula e 20 in laboratorio. Le classi prime erano mediamente composte da 29, 30 e anche 32 alunni. La dispersione scolastica era entro i limiti fisiologici con pochi alunni che abbandonavano e una percentuale maggiore di bocciati o rimandati a settembre. Il lavoro di gruppo dei ragazzi era fondamentale soprattutto nella stesura dei piani di lavoro, dei preventivi, nell’organizzazione e preparazione delle esercitazioni.

Dall’introduzione del Progetto 92 (dove si dimezzarono le ore di laboratorio), nonostante la diminuzione degli alunni per classe, 26 al massimo, con criteri di valutazione molto più blandi, l’eliminazione della prova di stato per la qualifica e l’introduzione delle prove strutturate realizzate da ogni singolo istituto, la dispersione scolastica cominciò ad aumentare in maniera esponenziale e la qualità dell’offerta formativa calò notevolmente. Invece di fermarsi e tornare indietro, questi stessi personaggi, proposero una ulteriore diminuzione delle ore di laboratorio (le uniche in grado di recuperare gli alunni, di motivarli, di ridare dignità ai professionali), portandole a sole 4h settimanali ideando  il progetto 2002 dal quale nasce l’attuale riforma Gelmini. Sono stati creati settori come manutenzione e assistenza tecnica o produzioni industriali ed artigianali che non hanno nessuna attinenza con la realtà produttiva e con le esigenze delle aziende e del mondo del lavoro. Se ci si reca in un qualsiasi cantiere, in qualsiasi industria, in ogni piccola o media impresa le diranno che hanno bisogno di buoni  tecnici o installatori elettrici, di buoni operatori al tornio a controllo numerico, di meccatronici, di installatori e tecnici nel campo del condizionamento dell’aria e delle energie alternative. Nessuno, dico nessuno, le richiederà un manutentore generico,  in quanto non sarà in grado di fare un bel nulla, in qualsiasi settore si possa cimentare.

Ho vissuto all’estero per parecchi anni tra Francia, Germania e Svizzera. L’istruzione professionale è presa in grande considerazione. E’ finanziata, sostenuta in maniera massiccia dallo stato o dai Lander come in Germania. Sono corsi talmente seri e richiesti che in Svizzera, per esempio, sono a numero chiuso e vengono messi a concorso. La disciplina è ferrea e i ragazzi firmano a 14 anni, un vero e proprio contratto di lavoro dove diritti e doveri vengono messi per iscritto, così come le sanzioni e le multe (si paga anche per assenze ingiustificate). La struttura dell’orario e gli indirizzi attuali sono identici a quelli che i nostri professionali avevano fino al 1994 ossia 50% delle ore in aula e il 50% in laboratorio (pratica professionale in Germania arriva al 60% dell’orario). Il collegamento con le aziende esiste ma non è fondamentale in quanto sono le scuole che in quei paesi fanno innovazione e quindi sono le aziende che vanno a scuola  a cercare apprendisti validi da inserire in azienda e non il contrario.

Per capire il disastro degli attuali IPSIA, elenco cosa sapevano fare, benissimo, gli allievi fino al 1994. Parlo di cose concrete, certificate, evidenti e non di saper fare, di competenze, conoscenze, abilità e altre fesserie che citano spesso gli esperti abituati a complicare cose semplici solo per poter giustificare i loro lauti compensi e i numerosi viaggi a sbafo garantiti dai vari seminari e convegni.

Prendiamo ad esempio il settore elettrico elettronico (IAEE).

Alla fine della prima classe un ragazzo di 15 anni era in grado di realizzare completamente l’impianto elettrico di un appartamento collegando tutti i suoi componenti, dall’interruttore al citofono, cablare il quadro di comando, scegliere il materiale, disegnare gli schemi con il preventivo di spesa. Realizzava impianti per uffici con citofoni intercomunicanti. Impianti a guida di luce per alberghi e ospedali (a 15 anni!). Con il progetto 92, alla fine della prima, era solo in grado di realizzare semplicissimi impianti presenti nelle abitazioni, senza avere la capacità di assemblare i singoli impianti assieme, ma riusciva a realizzare gli schemi e ad individuare i materiali occorrenti.

Oggi con questa riforma soltanto in terza (ossia con due anni di ritardo) riuscirà a realizzare semplici impianti, ma non arriverà mai a raggiungere i livelli di preparazione che fino al 1994 si raggiungevano in prima!

In terza nel 1994 il tema degli esami di qualifica era nazionale. L’ultima prova che realizzammo riguardava l’automazione completa di uno stabilimento dove si producevano bottiglie etichettate per bevande. Una miriade di sensori, di motori, di situazioni da collegare e programmare. Solo per la stesura del programma da riversare nel PLC i ragazzi dovettero impiegare due fogli formato A3 talmente era complesso. Quindi nel 1994 noi preparavamo degli esperti in automazione industriale, domotica e apparati elettrici elettronici che sono richiestissimi ancora oggi in tutta europa, mentre con i corsi attuali questo non possiamo più farlo!!

Quando ci costrinsero ad attuare il progetto 92, venne abbandonato il tema nazionale e gli esami di qualifica a causa della riduzione delle ore tecnico professionali dovettero essere semplificati prevedendo al massimo semplici impianti con due motori e basta.

Con la riforma della Gelmini non essendo più prevista la qualifica, il PLC, gli impianti domotici, fondamentali per le aziende e società moderne, non si studieranno praticamente più, se non qualche misera ora in quarta e per coloro che sceglieranno di proseguire, qualche ora in quinta.

Anche le qualifiche regionali rilasciate in collaborazione con la regione sono la classica toppa peggiore del buco, in quanto a quest’ultime non importa gran che di collaborare con gli istituti statali perché puntano a gestire i corsi di istruzione e formazione direttamente, per poter disporre a loro piacimento dei fondi e per poter piazzare i numerosi “insegnanti” legati a partiti, sindacati o associazioni religiose leader nel settore della formazione professionale. Il Trentino per questo motivo ha già abolito gli istituti professionali statali in quanto totalmente inutili. Poi vi meravigliate perché queste scuole non attraggono più i giovani di questo paese.

Questa è la situazione. I professionali e i tecnici non attirano più i ragazzi e non preparano più al mondo del lavoro per il semplice fatto che la “pratica” non esiste più. Non esistono più gli insegnanti tecnico pratici, coloro cioè che sanno usare uno spellafili, cablare un plc, manovrare un tornio, fare una saldatura. Sono ormai scuole vuote e inutili . Ma i vostri esperti continuano a non sapere, a straparlare di alternanza scuola lavoro e apprendistato, quando loro stessi hanno decretato la morte delle scuole tecniche e professionali italiane. Basterebbe riconoscere di aver sbagliato ed eliminare tutte le riforme che si sono succedute dagli anni 90 in poi, ripristinare i vecchi indirizzi corrispondenti agli indirizzi esistenti nel resto d’Europa, per avere degli istituti paradossalmente avanti di 20 anni rispetto alla regressione causata dall’attuale impianto formativo.

Chiudo dicendo semplicemente, che chi è responsabile di questo disastro dovrebbe chiedere scusa non ai docenti, soprattutto itp, diventati soprannumerari in massa a causa di queste scelte scellerate, ma alle migliaia di ragazzi che si sono iscritti in questi ultimi  anni negli IPSIA e che capiranno presto di aver buttato via i loro migliori anni seguendo un percorso scolastico fondato sulla menzogna.

Preparazione concorso ordinario inglese