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Non oltre 15 alunni per classe e docenti in cattedra solo se sanno coinvolgere, la “ricetta” del filosofo Galimberti

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Altro che classi pollaio: per elevare la qualità della nostra scuola, occorre limitare il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici, e dare spazio ad una formazione specifica per i professori, i quali dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi. Perchè un insegnante se non è empatico e coinvolgente non può stare dietro la cattedra: è una dote che non si può imparare. A sostenerlo è stato il filosofo Umberto Galimberti, il 19 ottobre nel corso della fiera Didacta a Firenze.

“Chi non è coinvolgente non può fare il prof”

Secondo lo studioso, scrive l’agenzia Dire giovani, è fondamentale ridurre “il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici studenti; ma soprattutto, ci vorrebbe una formazione specifica per i professori, che dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi”.

Il professore tuttavia, ce lo permetta, sembra contraddirsi. Perché dice anche: “Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore, è qualcosa che non si può imparare”.

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E allora, se il prof non è empatico, una dota che non si acquisisce, a cosa serve la formazione specifica?

In ogni caso, per Galimberti l’intelligenza è la chiave emotiva chiave per comprendere l’altro: è da lì che passano le modalità didattiche migliori che stimolano l’intelligenza emotiva degli alunni.

Le cinque abilità chiave dell’intelligenza emotiva

“In particolare – riassume Dire – il metodo punta sulle cinque abilità chiave dell’intelligenza emotiva: il riconoscimento, la comprensione, il vocabolario emozionale, l’espressione e le strategie di gestione delle proprie emozioni. Il tutto, attraverso degli strumenti ludici e delle tecniche di comunicazione di gruppo”.

L’intervento del professor Umberto Galimberti ha sottolineato l’importanza di questo tipo di apprendimento nella società attuale, in cui i bambini sono spesso trascurati da genitori troppo oberati dal lavoro o altre occupazioni. “Oggi troppo spesso l’apporto genitoriale è fallimentare, i genitori non hanno più tempo di rispondere alle domande filosofiche dei bambini, ai loro mille perchè, e spesso le parole mancate vengono sostituite da montagne di giocattoli”.

Le conseguenze

Tale deficit educativo produce, secondo il filosofo, una serie di effetti negativi: da una parte un analfabetismo affettivo diffuso, dall’altra “il rapido appagamento offerto dal giocattolo impedisce ai bambini di annoiarsi, quando invece dovrebbero trovarsi in situazioni noiose per elaborare poi, in modo creativo, degli stratagemmi per divertirsi”.

Galimberti ha quindi spiegato la differenza fra istruzione ed educazione: la prima è una mera trasmissione di saperi, mentre la seconda è ciò che permette ai bambini di sviluppare una personalità coerente, passando dallo stato pulsionale a quello emotivo e infine sentimentale.

“L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano, quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo, perchè la pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”, conclude il filosofo.

A scuola meno tecnologie e più emozioni

Infine, secondo Galimberti, la scuola oggi pensa troppo a dotarsi di lavagne elettroniche e altre strumentazioni tecnologiche, quando invece “dovrebbe essere strapiena di letteratura, soprattutto di romanzi, che permettono di definire le proprie emozioni immedesimandosi nella vita degli altri; il razzismo nasce proprio dall’incapacità di riconoscersi nell’altro”.

Sullo scarso utilizzo dell’intelligenza emotiva a scuola, benché fosse una componente fondamentale nello sviluppo della psiche umana, si è anche soffermata la dottoressa Laura Artusio, che sempre durante la fiera Didacta ha presentato il metodo RULER di educazione socio-emozionale (SEL), nato dal team della Yale University e adattato al contesto italiano dal 2013 da “PER Lab”.