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Numero chiuso all’Università, monta la protesta contro l’anticipo dei test

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Non si arrestano le polemiche sul numero chiuso all’Università. Stavolta ad innescarle è stata la decisione del ministero dell’Istruzione di anticipare al mese di luglio le date di alcuni test di ammissione ai corsi universitari a numero chiuso. Nei giorni scorsi si erano fatti sentire gli studenti. Nelle ultime ore è stata la volta dei sindacati. Particolarmente agguerrita contra questa decisione, che nelle intenzioni del ministro Profumo avvicinerebbe il nostro Paese all’Ue, è la Flc-Cgil. Che ha deciso di scrivere allo stesso responsabile del Miur per chiedergli di rivedere la decisione di anticipare i test.
Secondo il sindacato confederale, infatti, “la concomitanza con lo svolgimento dell’esame di Stato compromette la possibilità degli studenti sia di concentrarsi adeguatamente su quest’ultimo che di prepararsi per affrontare i test di ammissione all’Università. Si tratta – continua la Flc-Cgil – di una ulteriore lesione del diritto allo studio per migliaia di ragazze e ragazzi che già vedono ridimensionata la possibilità di dar seguito alle loro aspirazioni dalla limitazione degli accessi a quei corsi universitari e che, adesso, vengono ancor più scoraggiati dall’anticipazione delle prove selettive”.
L’organizzazione guidata da Domenico Pantaleo, chiede pertanto al ministro Profumo “di ricalendarizzare i test di ammissione ai corsi universitari a numero chiuso al mese di Settembre – come solitamente previsto – dando seguito, così, alla richiesta che proviene dagli studenti e dal mondo della scuola”.
Sulla stessa linea si pone l’Anief: il sindacato degli educatori in formazione ritiene che “se il Ministro non dovesse tornare su questa scelta, se dovesse lasciare ad un neo-diplomato solo una settimana di tempo per prepararsi ad una selezione così dura, come quella per tentare l’accesso a Medicina e Chirurgia, tanti studenti subiranno un danno enorme. Che arriva dopo tanti altri. Come la sensibile riduzione dei fondi per finanziare le borse di studio, il taglio di diversi corsi di laurea, il calo del 25% delle iscrizioni. La realtà è che anticipare da settembre a luglio i test di accesso al numero chiuso avrebbe solo un effetto: creare le condizioni per dare il ko finale ad un settore che gli ultimi Governi hanno messo già in ginocchio”.
Secondo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, il rischio che “anticipando ulteriormente le prove nel mese di aprile, come indicato sempre dal Ministro, si rischia di tirare fuori del tutto dalla contesa centinaia di migliaia di potenziali candidati. Ammesso, infatti, che venga data loro la possibilità di accedere prima che conseguano la maturità, saranno in tanti a disinteressarsi di test perché concentrati sulla preparazione degli esami conclusivi del quinto anno”.
Il sindacato teme, a questo punto, che il vero motivo per cui il Miur ha introdotto questa norma sia proprio quello di attuare una pre-selezione naturale. “Se si fosse avuta veramente l’intenzione di introdurre un provvedimento per avvicinare l’Italia all’Ue – continua Pacifico – il Governo avrebbe dovuto escogitare delle misure per aumentare il numero di iscritti e ridurre l’alta percentuale di abbandoni universitari. Che c’entra, invece, il numero chiuso, che peraltro già di per sé contempla una discutibile selezione per l’accesso a determinati corsi e professioni?”.
Su quest’ultimo punto, sull’opportunità del numero chiuso per determinati corsi di laurea, si soffermano, il 20 febbraio, i rappresentanti dei diretti interessati. Secondo l’Unione degli universitari, “il numero chiuso è un ulteriore modo per fare cassa”.
Molte università richiedono per il test d’ingresso circa 100 euro e 70 euro, come nel caso dell’Università Federico II di Napoli e dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata; si tratta di migliaia e migliaia di euro che incamerano gli Atenei e che, in alcuni casi, richiedono nuovamente, al termine dei tre anni degli Studi, per proseguire nei successivi due anni”, dichiara l’Avvocato dell’Udu Michele Bonetti che esibisce una nota del sindacato studentesco nella quale sono riportati i vari test d’Italia con tutti i “prezzi” degli Atenei Italiani.
A rincarare la dose è Michele Orezzi, coordinatore nazionale Udu. Che cita “il caso della Sapienza”, dove “gli studenti dopo esser entrati con un test a pagamento, quando si iscrivono nuovamente dopo il triennio alla successiva e quasi consequenziale Laurea Magistrale, devono pagare la somma di 10 euro. Sono certamente spese irrisorie ma che, moltiplicate per tutti gli studenti dell’Università La Sapienza, generano cifre da capogiro senza alcuna controprestazione in termini di Diritto allo Studio. Per questo stiamo valutando l’opportunità di inoltrare una Class Action per tutti gli studenti, diretta a richiedere tali somme indietro in quanto, a nostro avviso, non dovute e non legate ad alcun servizio aggiuntivo”.
Insomma, sul numero chiuso la partita appare tutt’altro che chiusa. Anzi, siamo solo all’inizio.