Oggi abbiamo bisogno di comprendere che l’atteggiamento positivo e valorizzante è la condizione ottimale per una società inclusiva e più umana. Perché la speranza non è altro che la capacità di generare un’energia progettuale che ci permette di continuare a vivere.
Un anno finisce, un anno comincia. Ma perché, mi chiedo, cadiamo ogni volta nell’illusione di sperare in un futuro migliore, quando siamo consapevoli che esso sarà sicuramente come il passato? Un’alternanza di conquiste e di errori. Intendiamoci: a mio parere, la tendenza a sperare in stagioni migliori non è solo un meccanismo di difesa contro le delusioni del passato, ma anche un innato atteggiamento creativo.
Per me, l’uomo è portato, per natura, alla novità, a progettarsi, a guardare oltre. E tutto questo per un’ansia di superamento e d’infinito, per il divino che c’è in noi.
Entriamo però nel concreto. Cosa dobbiamo temere dal nuovo anno? Tre cose, a mio parere, in modo particolare.
Primo: l’aggravarsi del disastro ecologico. Molti, infatti, lo considerano ormai come una fatalità ineluttabile e, peggio, qualcuno ritiene che la preoccupazione ecologica sia eccessiva e strumentale.
Secondo: la minaccia di una distruzione nucleare. La cosa allarmante, a questo proposito, è che alcuni governi ne parlino come di una strategia ovvia e possibile, legandola sia all’eventualità di una minaccia alla loro sovranità territoriale, sia come mezzo per affermare i loro obiettivi di supremazia.
Terzo: il disorientamento morale dell’Occidente. Ci troviamo di fronte a uno smarrimento coscienziale che i sociologi chiamerebbero “anomia” (assenza di norme). L’angoscia anomica consiste, infatti, nel timore della violenza generalizzata dovuta all’eclissi di valori certi. Quando ogni giorno veniamo assaliti dalla cronaca di omicidi dovuti a passione, crudeltà, insensibilità, superficialità o follia, a farne le spese è proprio la fiducia verso l’umanità.
Poniamoci un’altra domanda: come possiamo reagire al timore del futuro? Certamente pensando a qualcosa di positivo. Ve ne suggerisco una, certa e indubitabile. C’è tanta gente – ed è la maggior parte – che ce la mette tutta, giorno dopo giorno, per compiere il proprio dovere al meglio, nella famiglia, nel posto di lavoro, nel contesto sociale in cui vive, comportandosi con responsabilità verso le norme e le cose comuni, con fiducia e rispetto nei riguardi di chi si rapporta con noi.
Invece, la volontà distruttiva oggi la troviamo in chi ha smesso di credere nella bontà sostanziale dell’organizzazione sociale, vedendo difetti e complotti dappertutto. In chi non riesce a considerare gli altri in modo benevolo. In chi lavora senza passione, evitando di guardare in faccia il cliente che è al di là del vetro o gli alunni dietro i banchi. In chi scarica la violenza che si porta dentro sui più deboli e sui soggetti emblematici del sistema: medici, insegnanti, forze dell’ordine.
Se si osserva con attenzione la stagione storica attuale, appare evidente l’esistenza di due forze contrapposte che si contendono la scena sociale. Potremmo chiamarle semplicemente, alla maniera freudiana, “volontà costruttiva” e “volontà distruttiva”.
Oggi ci troviamo di fronte a delle sfide da cui dipende il nostro futuro. Ne cito alcune.
Uno: il dilemma se credere nella sostanziale bontà dell’uomo e della realtà sociale o cedere alla tentazione di pensare che l’uomo e la società siano essenzialmente qualcosa di perverso.
Due: il dilemma se considerare la propria identità culturale come un contributo arricchente nel concerto delle altre culture o ritenere, al contrario, la nostra cultura come qualcosa di esclusivo, da contrapporre alle altre.
Tre: l’alternativa se considerare la libertà come qualcosa senza limiti oppure come uno strumento che si connota eticamente in base ai fini che persegue.
Quattro: il dubbio se considerare il passato come una somma di errori che autorizzano cancellazione e ribellione sistematica, oppure come un processo unitario, un percorso di crescita e di consapevolezza progressiva.
Luciano Verdone