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08.08.2026

Odissea di Nolan, mito di Ulisse troppo sdolcinato? L’analisi di Monica Centanni su “un eroe sotto accusa”

Ulisse, quello cantato dal mito e dalla tradizione, l’eroe dal multiforme ingegno, il navigatore assetato di conoscenza e che osò sfidare perfino le Colonne d’Ercole, oltre le quali viaggiava l’infinito incognito; quell’Ulisse, figlio di Laerte e re di Itaca, grazie al quale la superba città di Troia venne espugnata con la frode; quello che vendicò, col massacro, la sua onorabilità, di marito e di padre contro un gruppo di presunti usurpatori e sul quale mille canzoni, mille poemi in suo onore sono stati sciolti; quell’Ulisse che seppe creare attorno a sé un’aurea di saggezza e intelligente astuzie, portandosi appresso, per grazia di Omero, il sigillo della sapienza e della curiosità avventurosa, tipica dell’uomo moderno alla ricerca di nuovi modi, ebbene quell’Ulisse, guardando bene le altre fonti, tutte le fonti della letteratura greca e latina, era più prosaicamente il prototipo del mascalzone e del farabutto.

Ma non solo. Era pure vendicativo, codardo, imbroglione, bugiardo e altro ancora. Dopo il successo del film di Christopher Nolan, che avrebbe superato per incassi anche “Il signore degli anelli”, abbiamo voluto riprendere una pubblicazione di Monica Centanni, edita da Salerno Editrice nel 2021, “Contro Ulisse. Un eroe sotto accusa”, con prefazione di Maria Grazia Ciani. Lo scopo è quello di mettere nelle giuste sequenze questa figura, riportando ciò che altri autori scrivono ma dal punto di vista di chi fu buggerato malamente dal Nostro, e non solo le mascalzonate compiute prima e durante la guerra di Troia, lui a fianco dell’esercito acheo, ma anche tutte le altre commesse nel corso del suo ritorno a Itaca.

L’autrice infatti, con la cura filologica della studiosa attenta, va alla ricerca di quei passi, dei riferimenti, anche omerici, in cui è possibile rintracciare le calamità da lui perpetrate. Che sono tratte dalle opere di Euripide e di Sofocle, per esempio, a proposito di Palamide che il laerziade calunniò ignobilmente, per vendicarsi (perché ne aveva svelato la finta pazzia per non partire in guerra), facendolo lapidare dai suoi compagni; e di Ecuba e di Polissena, l’una, che lo definisce vile, miserabile, vergogna dell’itera Grecia, condotta da lui schiava; e l’altra fatta immolare sulla tomba di Achille, mentre di Astianatte, il figlioletto di Ettore, è sempre lui a suggerirne l’uccisione atroce a Neottolemo, per impedire cha da grande possa vendicare l’uccisione del padre.

E non manca nemmeno il lamento di Teti, la madre del vulnerabile Achille, che si vide sottratto il figlio da quest’uomo furbo e maledetto, condannando il giovane alla morte a Troia. Come accadde al prode Aiace, suicida, l’eroe senza macchia e senza paura, a cui con l’inganno Ulisse sottrasse le armi del Pelide che l’altro si era guadagnato con onore. E cosa dire del racconto della ninfa Calipso e di Nausica, la giovane e bella principessa dei Feaci, figlia del re Alcinoo? L’una sfruttata abilmente dal nostro presunto eroe, l’altra invece ne intuisce l’ambigua falsità, anche quando cita l’isola di Delos, mentre la madre, Anticlea, non si lascia afferrare quando Ulisse scende nell’Averno per parlare con Tiresia. Ma neanche il padre del principe Antinoo rimane indietro nel denunciare la mattanza a tradimento del proprio figlio e degli altri principi di Itaca, perpetrata sempre dal vile Ulisse. Un libro epico, per certi versi, questo di Centanni, che rilanciamo perché il mito di Ulisse, fin troppo sdolcinato anche dal film di Nolan, sia ridimensionato e colto in tutte le sue flagranze di reato, grazie appunto alle precise e dotte citazioni di eventi e fatti presi direttamente dalla grande tradizione classica. A cominciare da Pindaro, coi successivi riferimenti ai poeti latini come Virgilio e Ovidio e di quell’altra grande fonte dei tragici greci, inclusi cronisti come Opollodoro e Lesche di Mitilene. Fra le tante piacevolezze, il frugare dell’autrice nel sospetto e nelle ambiguità della parola, cara a Ulisse, certamente, e pure all’imbroglio.

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