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02.11.2026

Oltre la punizione: il coraggio di una scuola che libera

Viviamo in un’epoca complessa, attraversata da profonde trasformazioni digitali, sociali ed economiche che sembrano sgretolare i punti di riferimento tradizionali, lasciando spesso gli adulti e le giovani generazioni su sponde opposte, fragili e distanti. Le cronache quotidiane ci restituiscono l’immagine di una scuola percepita come un’arena isolata, un ammortizzatore sociale dove si scaricano le tensioni di un Paese in affanno, incapace di offrire cornici di senso condivise e risposte adeguate.
In questo scenario segnato da un profondo disorientamento, l’emergenza educativa non è più un allarme episodico, ma un dato di realtà che interpella il nostro presente, esigendo un cambio di passo radicale, capace di rimettere al centro la persona, la coesione sociale e il valore inestimabile del sapere pubblico.

Appare evidente che l’istruzione non possa più ridursi a una semplice trasmissione di nozioni standardizzate o a una prestazione burocratica erogata entro i rigidi confini dell’aula. Educare oggi significa abitare la relazione, riconoscendo che la crescita umana, emotiva e intellettuale dei ragazzi richiede un’alleanza solida, trasparente e coraggiosa tra i diversi attori della comunità. La scuola e la famiglia non possono continuare a operare in un regime di separazione o di contrapposizione delegittimante. Quando il patto che lega questi due mondi si incrina, a pagare il prezzo più alto sono i più giovani, privati di quella coerenza valoriale e di quel perimetro di regole condivise indispensabili per costruire un pensiero critico, libero e autonomo.

Il concetto di corresponsabilità educativa va oltre la sottoscrizione formale di un documento burocratico o l’adempimento di un obbligo calato dall’alto. Esso richiama una visione democratica, sistemica e generativa dell’educare, fondata sulla consapevolezza che la comunità intera è chiamata a farsi carico dei processi di emancipazione e crescita delle nuove generazioni. Come ricordava Paulo Freire con la sua pedagogia della liberazione, l’educazione ha il compito fondamentale di trasformare le persone affinché siano esse stesse a trasformare la società e le sue ingiustizie. Con profonda preoccupazione osservo come le recenti derive ministeriali targate Valditara stiano purtroppo spingendo in un’altra direzione. Si assiste infatti al tentativo di imporre un modello securitario, gerarchico e punitivo, fondato sull’esasperazione del merito inteso in senso competitivo e selettivo, sulla mortificazione dell’autonomia scolastica e su una visione autoritaria che confonde il rigore educativo con la pura repressione disciplinare.

Questo impianto politico, che strizza l’occhio a una pedagogia regressiva, rischia di frammentare il tessuto democratico del Paese, penalizzando i contesti più fragili e riducendo l’istituzione scolastica a un terminale di controllo anziché a un laboratorio di liberazione ed eguaglianza. Risuona forte il monito di Don Lorenzo Milani e della Scuola di Barbiana che in Lettera a una professoressa scrivevano: «Se si perdono loro, la scuola non è più scuola.
È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». La scuola voluta dall’attuale esecutivo sembra invece dimenticare che l’autorevolezza non si decreta con un atto d’imperio ministeriale e non si alimenta con la cultura della mortificazione o con la retorica del voto in condotta usato come clava punitiva. Al contrario, l’efficacia di un’istituzione scolastica si misura sulla sua reale capacità di tessere relazioni generative con il territorio, di includere le differenze e di valorizzare i saperi critici.

Di fronte a questa pericolosa china, è dovere etico di ogni educatore porsi domande di senso ineludibili: stiamo davvero formando cittadini consapevoli e liberi o ci stiamo limitando ad addestrare esecutori conformisti per il mercato? Che idea di società stiamo veicolando quando sanzioniamo il disagio anziché decodificarlo? E ancora, qual è il limite oltre il quale la ricerca ossessiva della disciplina snatura la vocazione emancipatoria e inclusiva della scuola pubblica?

Per arginare questa deriva autoritaria e tecnocratica, occorre ripartire da una corresponsabilità autentica che non si esaurisca nella delega in bianco o nella sudditanza ai diktat centralistici. Richiamando il pensiero di Gianni Rodari, pedagogista e straordinario intellettuale: «Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».
La vera corresponsabilità pedagogica richiede la disponibilità a cedere una parte delle proprie rigidità per fare spazio all’ascolto autentico, superando la tentazione difensiva che isola i docenti nel loro ruolo e i genitori nelle loro ansie.
Significa opporsi a visioni ideologiche che vorrebbero una scuola piegata alle mere logiche aziendali o frammentata da derive come l’autonomia differenziata, la quale minaccia di demolire l’unità del sistema pubblico d’istruzione e di calpestare il principio costituzionale dell’eguaglianza delle opportunità per tutti i bambini e le bambine. Ci chiediamo allora: siamo pronti a difendere la scuola come bene comune e presidio di democrazia, o accetteremo che diventi un mercato di opportunità diseguali?

Costruire questo futuro condiviso significa investire con coraggio sulla qualità del legame sociale all’interno dei luoghi dell’apprendimento, trasformandoli in palestre di cittadinanza attiva, plurale e democratica. Significa educare alla complessità e al dissenso costruttivo, offrendo ai ragazzi gli strumenti rigorosi per decodificare le ingiustizie del presente.
La scuola del domani non potrà reggersi su steccati autoreferenziali o su un clima di intimidazione culturale, ma dovrà aprirsi a una vera alleanza educativa, capace di coniugare rigore, accoglienza radicale, emancipazione e visione etica. Solo ponendoci costantemente queste domande e ponendo al centro la dignità di ogni persona, l’educazione tornerà a essere quel generatore di speranza, di libertà e di futuro democratico di cui il Paese ha oggi un disperato e urgente bisogno.

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