Un’ora di matematica, una di italiano, poi magari educazione fisica per spezzare la mattinata. E, per gli insegnanti, anche la possibilità di avere un giorno libero durante la settimana. Sono alcune delle indicazioni contenute nella Circolare ministeriale n. 328 del 10 agosto 1966, firmata da Luigi Gui e dedicata all’«Orario settimanale delle lezioni» nelle scuole e negli istituti di istruzione secondaria e artistica. Un documento che, a sessant’anni di distanza, restituisce un’immagine interessante dell’organizzazione della scuola italiana e delle priorità che il Ministero attribuiva alla costruzione dell’orario.
La circolare chiedeva alle scuole di predisporre rapidamente l’orario definitivo, così da renderlo operativo già pochi giorni dopo l’inizio dell’anno scolastico. Ma non si trattava soltanto di un problema organizzativo: l’orario, secondo il Ministero, doveva rispondere a «rigorosi criteri didattici». Andavano quindi evitati gli accorpamenti eccessivi delle lezioni e, soprattutto, la costruzione di orari condizionati dalle esigenze personali dei docenti.
L’obiettivo era rendere più efficace l’insegnamento, evitando quello che la circolare definisce il «logorio» provocato dalla prolungata applicazione degli studenti e degli insegnanti allo stesso oggetto di studio. La distribuzione delle materie nell’arco della settimana doveva dunque seguire una precisa logica pedagogica, alternando gli insegnamenti e impedendo che una stessa disciplina occupasse troppo a lungo la giornata scolastica.
Una regola era particolarmente netta: le lezioni di ogni materia non dovevano occupare più di un’ora al giorno. Il limite poteva essere esteso a due ore soltanto per le discipline che prevedevano esercitazioni scritte o grafiche. La disposizione non valeva invece per le esercitazioni pratiche degli istituti tecnici, professionali e artistici.
Particolare attenzione era riservata anche all’educazione fisica. Le ore di palestra dovevano essere distribuite tra le altre lezioni, quando possibile, non soltanto per offrire agli studenti una pausa dalle attività teoriche, ma anche per evitare che gli impianti scolastici fossero sovraffollati in alcune fasce orarie e inutilizzati in altre. Due ore consecutive di educazione fisica erano ammesse in situazioni particolari, ad esempio quando la palestra si trovava molto lontano dalla scuola o durante corsi speciali, come quelli di nuoto, che richiedevano lo spostamento delle classi.
La circolare affrontava infine anche una questione destinata a rimanere familiare a generazioni di docenti: il giorno libero. Compatibilmente con la necessità di costruire un orario «razionale», alle scuole era consentito lasciare agli insegnanti una giornata senza lezioni. Ma c’è un dettaglio oggi sorprendente: nella scelta del giorno libero, il Ministero invitava a tenere conto anche della confessione religiosa dei docenti.
Il documento del 1966 racconta così una scuola nella quale l’orario non era considerato una semplice griglia di incastri tra materie, aule e insegnanti. Dietro la distribuzione delle ore c’era l’idea che anche il modo in cui si organizzava la giornata scolastica potesse influire sull’efficacia dell’apprendimento, sulla fatica di studenti e docenti e sull’utilizzo delle strutture. Principi che, a distanza di decenni, continuano a essere al centro di ogni tentativo di costruire un orario scolastico davvero funzionale.