Breaking News

Pedagogisti (e non solo): fondamentali ma ignorati

Di cosa parliamo davvero quando parliamo di pedagogia?

Il lavoro educativo e pedagogico è un pilastro silenzioso della nostra società. Ma attenzione, silenzioso non vuol dire invisibile, né tantomeno irrilevante. Eppure, le figure che incarnano questo ruolo – pedagogisti, educatori, consulenti dell’età evolutiva – continuano a essere sistematicamente svalorizzati. E non parliamo solo di stipendi bassi, parliamo di una svalutazione culturale, istituzionale e politica.

Il pedagogista lavora dove la medicina non arriva, dove la psicologia si ferma. Prevenzione, ascolto, accompagnamento nei passaggi critici della crescita, promozione delle competenze trasversali, sostegno alla genitorialità.

Non fa diagnosi, non prescrive farmaci, ma cambia la traiettoria di una vita. Il problema? Questo lavoro non si misura in numeri o cartelle cliniche. E allora diventa “meno tecnico”, “non necessario”, “di contorno”.

Il pedagogista non è un tappabuchi

Succede ancora: chiamato per “dare una mano”, per “coprire un buco”, per “fare qualcosa coi ragazzi”. E così il pedagogista viene confuso con altre figure, ridotto a jolly o a “sostituto” dell’inesistente. Il danno è doppio: da un lato si sprecano competenze preziose, dall’altro si priva l’utenza di un intervento realmente educativo. E tutto questo con l’alibi che “non si sa bene cosa fa un pedagogista”. Il punto è proprio questo: non si vuole sapere.

Le conseguenze? Le stiamo già pagando

  • Chi si forma seriamente in pedagogia spesso abbandona il settore.
  • Le équipe multidisciplinari perdono la visione pedagogica, e gli interventi diventano più frammentari.
  • I servizi educativi si appiattiscono, e la prevenzione scompare.

O si cambia rotta, o si resta in silenzio (e complici)

Se non riconosciamo oggi il valore delle professioni educative, domani pagheremo un prezzo altissimo. Abbiamo bisogno di una nuova cultura del riconoscimento, che inizi dalla scuola, continui nelle istituzioni e arrivi fino ai contratti. Serve una pedagogia che non si accontenta di esistere, ma pretende di contare. Di essere ascoltata. E rispettata.

Che cosa serve?

Serve un cambio di passo culturale, politico e sociale. Se davvero crediamo che educare sia una funzione fondamentale per il benessere individuale e collettivo, allora dobbiamo iniziare a trattare le professioni educative – a partire dal pedagogista – come tali.

Serve un riconoscimento istituzionale chiaro, il pedagogista non può essere un jolly da infilare dove manca personale. Va inserito nelle équipe multidisciplinari come figura con competenze specifiche, non intercambiabili. Va previsto nei concorsi pubblici, con un inquadramento contrattuale adeguato e distinto.

Ma serve anche una rivoluzione culturale, infatti le persone devono sapere chi è il pedagogista, cosa fa, dove opera, e soprattutto perché è fondamentale. Le famiglie, le scuole, i servizi territoriali devono poterlo incontrare, ascoltare, riconoscere come risorsa. E questo si ottiene con campagne di comunicazione, eventi, sportelli sul territorio, presenza attiva nei luoghi dove si costruisce la comunità.

Caterina Stronati

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate