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Pensioni quota 100, i dubbi di Bruxelles non fermano le domande: già 26 mila, moltissime da Roma in giù

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Sono oltre 26 mila le domande di accesso a quota 100, fatte registrare a pochi giorni di avvio del servizio. Il dato, ufficiale, è arrivato via Twitter del ministro per la Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, che parla di “una significativa adesione dei lavoratori. Alle ore 16 di oggi (6 febbraio ndr) 26.234 domande presentate per andare in pensione con il nuovo sistema, tra queste 7.952 sono quelle inviate dai dipendenti pubblici #rivoluzionedelbuonsenso”, ha scritto la ministra.

Una domanda su tre è degli statali

In mattinata, l’Inps aveva fornito anche alcuni dati locali. Facendo sapere che il 41,4% delle domande arriva dal Sud (10.566) con la Sicilia che è risultata la regione con più domande inviate (3.157 domande). Mentre, la provincia che ha inviato più domande è stata sinora quella di Roma con 2.108 domande.

Sono 7.737 le domande che arrivano da iscritti alla gestione dei dipendenti pubblici mentre. Quindi, in media si può dire che andrà in pensione con quota 100 un dipendente pubblico ogni tre lavoratori privati.

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Si tratta, comunque, di numeri in continua evoluzione: nei prossimi giorni, ne sapremo qualcosa di più.

Salvini: quello che pensano a Bruxelles o a Parigi mi interessa zero

Nel frattempo, il vicepremier Matteo Salvini non sembra curarsi troppo dei timori che giungono da fuori confine per via del “decretone” contenente il reddito di cittadinanza e l’anticipo pensionistico.

“Su quota 100 a me interessa il giudizio degli italiani, di più di 20 mila italiani che in meno di una settimana sono corsi a firmare per liberarsi dalla gabbia della Fornero e riconquistare la loro vita”, ha detto in modo perentorio il leader leghista all’Aquila, per il primo dei tre giorni di visite in Abruzzo per la chiusura della campagna elettorale per le elezioni abruzzesi di domenica prossima.

“Quindi, quello che pensano a Bruxelles o a Parigi mi interessa meno che zero“, ha concluso Salvini.

In Italia non c’è crescita: nessuno peggio nell’Ue

Le stoccate che però giungono dall’estero sono profonde. Alla luce dei dati negativi dell’ultimo trimestre 2018, e dopo aver studiato a fondo gli effetti della manovra, la Commissione europea si avvia a tagliare drasticamente le stime di crescita. Secondo quanto appreso dall’Ansa, il Pil 2019 si fermerà a 0,2%, dall’1,2% previsto a novembre.

Si tratta del taglio più ampio di tutta l’Unione europea, che lascia l’Italia confinata all’ultimo posto della classifica della crescita dei Paesi membri.

Il Fondo monetario internazionale, invece, conferma la stima di dicembre (0,6%) ma lancia l’allarme sul rischio “contagio” in caso di stress, e dà una stoccata alle due misure cardine del Governo: il reddito di cittadinanza “rischia di essere un disincentivo al lavoro”, e quota 100 di “aumentare i costi pensionistici“.

Anche per l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel trimestre in corso l’attività risulterebbe “ancora debole”, tanto da far registrare un Pil “stagnante o debolmente negativo”, che si riprenderà nei trimestri successivi.

Immediata la replica del vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio: “Chi ha affamato i popoli appoggiando l’austerità non può criticare”.

Fmi: i redditi reali pro capite sono al livello di 20 anni fa

Ma sempre il Fondo Monetario Internazionale dipinge un Belpaese alle prese da anni con una bassa crescita economica e con problemi strutturali che spingono molti a fare la valigia, lasciare e guardare oltre confine. Oltre il 20% delle famiglie sono a rischio povertà con punte del 33,1% nel sud e nelle isole.

Per quel che riguarda la disoccupazione, al Sud vi sono tassi “quasi il doppio della media nazionale”.

Anche per chi ha un lavoro, la situazione non è facile: i redditi reali pro capite sono al livello di 20 anni fa, ovvero prima dell’accesso nell’euro, e sono decisamente inferiori rispetto alla media europea. Rispetto ai giovani se la passano meglio i pensionati e le famiglie più anziane: la loro ricchezza e i loro redditi restano sopra ai livelli di 20 anni fa. Una disparità legata alla “debole performance di crescita dell’Italia negli ultimi due decenni”.

Il decreto in Aula al Senato il 19 febbraio?

Intanto, il decreto approvato in CdM ad inizio anno e approdato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 gennaio, dovrebbe arrivare in Aula al Senato martedì 19 febbraio. A patto, però, che sia concluso l’iter previsto in commissione: a stabilirlo è stata la conferenza dei capigruppo.

Tuttavia, qualora non fosse terminato l’esame da parte della Commissione Lavoro, il provvedimento potrebbe slittare alla settimana da martedì 26 febbraio. In questo caso, nella settimana a partire dal 19 febbraio sarebbe inserita la discussione di mozioni, tra cui quelle sulla Tav.