L’interesse provocato dalla mia lettera sulla scuola, pubblicata prima sul vostro portale e poi (ampliata) anche sul Corriere della Sera, la sua larghissima diffusione dentro e fuori gli ambienti scolastici, i tantissimi messaggi ricevuti da docenti e genitori a me totalmente sconosciuti che però si sono rispecchiati nelle mie parole, mi hanno decisamente sorpreso. È evidente che ho toccato un nervo sensibile e scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora, rendendo pubblico un pensiero che, pur vissuto in maniera più o meno accentuata (dipende infatti dalla situazione specifica di ogni istituto), è di un’infinità di docenti.
Credo dunque che, comunque la si pensi, non sarebbe saggio non prendere atto di una situazione tanto diffusa nel mondo scolastico, rimasta strisciante e ora finalmente emersa, passando oltre come se niente fosse.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con il mondo scolastico sa bene infatti che la scuola, negli anni, ha vissuto continui cambiamenti che sono giunti quasi a snaturare il ruolo stesso dell’insegnante, o comunque a modificarlo nel profondo. Nuove teorie pedagogiche, nuovi strumenti, progetti sempre nuovi hanno inondato le aule scolastiche sovrapponendosi (sostituendosi?) alle ore di lezione, come se la salvezza della scuola potesse risiedere nel “chi più ne ha più ne metta”, come se la quantità fosse anche segno di maggiore qualità, come se “innovativo” fosse di per se stesso sinonimo di “migliore”. Nuove “educazioni”, poi, si sono sovrapposte anno dopo anno: una per ogni fatto di cronaca che saliva alla ribalta (e non è ancora finita). Tutto è stato presentato come irrinunciabile e tutto è diventato improvvisamente necessario per fare fronte all’emergenza educativa.
Io penso invece che, più che una continua fuga in avanti alla ricerca di sempre nuove soluzioni, sia al contrario necessario ricominciare da capo. C’è davvero una grande necessità – questa sì non prorogabile – che però non riguarda le cose da fare quanto piuttosto il riappropriarsi del senso e dello scopo della scuola.
Bisogna avere il coraggio, una volta per tutte, di decidere che cosa si intenda con il termine “scuola” e quindi che cosa si vuole da lei: è un contenitore di “cose” che si aggiungono una sopra l’altra senza soluzione di continuità (e l’insegnante un dispensatore di informazioni) oppure è un luogo in cui cultura e insegnamento concorrono alla formazione della persona (e dunque l’insegnante è un educatore)? E siccome c’è solo una risposta vera, la seconda, bisogna avere il coraggio di ripartire da zero. Bisogna avere il coraggio di non ragionare più per continua aggiunta ma, al contrario, per progressiva sottrazione: non si tratta di immettere sempre nuovi strumenti, attività, progetti, educazioni o altro, quanto piuttosto di “vagliare tutto e trattenere ciò che vale”, ovvero di eliminare dalla scuola tutto ciò che, presentato come salvifico, non solo non si è affatto rivelato tale. Ma è chiaro che questo è possibile solo quando si è in possesso di un criterio per giudicare, e questo può essere solamente la ripresa del senso e dello scopo della scuola. Solo così si potrà capire e scegliere che cosa vale davvero la pena introdurre nella scuola e che cosa invece lasciare fuori dalla porta, quali innovazioni introdurre e a quali al contrario dire “no grazie”. Entra ciò che risponde meglio allo scopo e rimane fuori ciò che non lo fa. Più che sul fare, il primo passo per un autentico rinnovamento della scuola potrebbe forse risiedere nel tornare a interrogarsi sull’essere.
Il mio primo preside iniziò la prima riunione della mia carriera con una domanda: «Che cosa siamo qui a fare?». Ovvero: «Chi è un insegnante?», «Che cos’è la scuola?». E la risposta di quel preside fu: «Educare insegnando». E sono queste le due parole alle quali ancora oggi ritorno quando sono chiamato a riflettere sul mio lavoro. Ogni insegnante ha in mano, svolgendo il proprio lavoro al meglio, la possibilità reale di poter educare partendo dalle discipline e attraverso di esse. Sì tratta insomma di restituire agli insegnanti la loro professionalità, avendo stima nella possibilità educativa insita nelle discipline da loro conosciute e insegnate. Si può infatti educare “dentro” l’insegnamento, perché l’insegnamento non dà solamente conoscenze. L’insegnamento, quello fatto bene, quello trasmesso anche tramite l’esempio, può permettere nel tempo, piano piano, passo dopo passo, lavoro dopo lavoro, attraverso cadute e risalite, l’acquisizione di valori, virtù e modi di essere propriamente umani. Educazione ed insegnamento sono due aspetti del medesimo lavoro, e svolgere bene il proprio lavoro di insegnante significa aprire anche alla possibilità di una vera educazione. Ma c’è ancora qualcuno che crede nel valore formativo della cultura, quella vera, quella che si impara nel tempo, con passione, ma anche con fatica e sacrificio, e alla sua capacità di costruire nei ragazzi ideali alti? Sono infatti persuaso non solo che la cultura generi a sua volta cultura (cosa già di per sè buona e auspicabile), ma che essa possa essere anche una formidabile formatrice di valori e modi di vivere all’altezza dell’essere umano, certamente molto più di estemporanei corsi di educazione civica o affettiva. Ragionare per sottrazione, allora, e iniziare a pensare che, forse, per formare uomini e donne solidi, capaci di resistere da vincenti alle difficoltà del nostro tempo e consapevoli del Vero, del Bene e del Bello che sempre si possono comunque costruire, basterebbe fare bene quello che già c’è. Lasciando agli insegnanti anche il tempo per farlo.
Marco Radaelli