Gite scolastiche, per i docenti vanno abolite: ne parliamo con Maggi, Grassucci e Costarelli

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17.05.2026
Aggiornato alle 17:23

Perché in letteratura si studiano quasi sempre autori maschi?

Un mio allievo di Quinta superiore mi ha chiesto perché in letteratura studiamo quasi solamente autori maschi. Non è il primo che mi pone tale domanda nei miei anni di insegnamento ma il nervo scoperto duole sempre come la prima volta. Perché, dunque?

“Perché il canone letterario privilegia quasi sempre una linea autoriale di uomini” è stata una mia prima risposta ma mi è apparsa del tutto insoddisfacente. Anche perché un canone si può cambiare. Infatti, si possono sottoporre ai ragazzi grandi scrittrici come la Deledda, la Ginzburg e la Morante, tanto per fare dei nomi. Ma se poi i manuali scolastici continuano a perpetuare una scelta, soprattutto moderna e contemporanea, impostata alla fine e di base sui grandi classici al maschile, per un docente resta sempre un’impresa ardua quella di dover cercare di proporre alternative.

“Perché non si cambia e non si è mai cambiato?”, mi ha chiesto sempre lo stesso allievo, più con curiosità che malizia. Mi è stato difficile offrire una risposta ancora sensata, forse perché non ce n’è. Perché il vero cambiamento dovrebbe essere in tutte le direzioni, ovvero sia nella stesura dei manuali (scolastici e universitari) sia nelle scelte individuali di ciascun docente, e non solo. Con l’unica discriminante, non del genere, ma della profondità del pensiero di ciascun autore o di ciascuna autrice e della qualità della sua prosa e della bellezza dei versi.

È anche vero che la libertà di insegnamento consente un ampio margine di manovra, ma poi c’è comunque l’esame di Maturità e fare percorsi completamente “controcorrente” può pure rivelarsi un’arma a doppio taglio. Soprattutto poco utile per i maturandi al momento dell’esame conclusivo e dunque dell’impiego delle loro conoscenze.

Resta però il dato ineludibile di un retaggio maschilista nello studio delle patrie lettere, così come tale retaggio è evidente nello studio della storia, sia pure sotto altre vesti. Infatti, nel racconto degli avvenimenti storiografici prevale sempre una prospettiva occidentalistica e capitalistica, se non una spesso nazionalistica in termini sin troppo insopportabili.

Come giustificare, dunque, il poco tempo riservato al genocidio armeno oppure alle atrocità del colonialismo europeo, specie nello studio del Novecento? E, tanto per restare in tema, come non poter studiare con il giusto grado di approfondimento quella pagina ignobile del colonialismo fascista?

Possibile, al di là dei condizionamenti politici, che non si possa mai cambiare, come suggeriva quel mio studente?

Michele Canalini

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