Raramente prendo parte alle polemiche didattiche, ma stavolta sento di dover difendere I Promessi Sposi. Lo faccio con tre motivi che certamente non esauriscono il dibattito, ma offrono uno spunto di analisi.
Primo: il romanzo costituisce un alto esempio di sapienza letteraria e costruzione linguistica, certo per il fiorentino, ma soprattutto per le figure retoriche utilizzate in modo originale ed efficace. Ce ne sono moltissime e chi le sa individuare non si stanca di interpretarle; questo permette una continua esercitazione, una vera palestra per la mente. Sono impiegate con un’arguzia fuori dal comune. Prendo ad esempio la frase che, a proposito dei soldati spagnoli, recita: “insegnavan la modestia alle fanciulle”. Essa ha un senso fortemente ironico, facendo riferimento agli stupri: in poche parole l’autore definisce la brutalità di una violenza con garbo ed efficacia ben coniugati.
L’ironia è la figura retorica più utilizzata e anche la più difficile da individuare: è sottile, ma va in profondità del senso. Allenarsi a intercettarla ci rende più critici nei confronti dei testi e del mondo. Ho imparato ad apprezzare la grandezza dell’autore solo quando ho iniziato a far leggere il romanzo da insegnante. È stata l’analisi condivisa con gli alunni a spingermi a leggerlo con maggiore attenzione, con una sensibilità e maturità diverse; e quando un alunno scopre una figura retorica che avevo dimenticato o che mi era sfuggita, gioisco d’orgoglio. Il lavoro sul testo risulta così davvero efficace.
Secondo: Manzoni denuncia il sopruso straniero e invita alla lotta per la libertà. Oltre al legame con il Risorgimento, questo invito si può estendere alla lotta contro ingiustizie, malgoverno, corruzione e disuguaglianza sociale: un’esortazione a costruire un mondo migliore. In fondo, cosa ha fatto la Resistenza se non lottare per un mondo più giusto? Cosa fanno le associazioni ambientaliste, se non cercare di renderci consapevoli dei pericoli derivanti da un mancato equilibrio tra uomo e ambiente? E cosa fanno i sindacati che si battono per una maggiore equità sociale?
Il messaggio appare ancora attuale e, soprattutto, rappresenta un invito alla coerenza, virtù sempre più rara. È possibile fare confronti con il presente e avviare dibattiti in cui i ragazzi si misurano con temi diversi. Mi piace soffermarmi, ad esempio, sul personaggio di Gertrude e sul suo rapporto con il padre, improntato a una violenza psicologica: in classe ne nasce una discussione da cui credo gli studenti interiorizzino l’importanza del dialogo tra figli e genitori. Così, di capitolo in capitolo, dopo circa un terzo della lettura, avverto che la loro capacità critica compie un salto: li noto più attenti a esprimere pareri e giudizi. È il processo, lungo e faticoso, a produrre risultati positivi.
Terzo: attraverso Lucia, Manzoni ci restituisce un personaggio la cui fede non vacilla mai. Non è una fede imposta o tramandata passivamente, ma vissuta pienamente. Lucia sceglie di avere fede e fiducia nella Provvidenza: è resiliente e forse rappresenta la stessa fede di Manzoni, che si converte e scopre dentro di sé una spiritualità maturata in un percorso lungo e travagliato, anche in reazione all’educazione religiosa severa ricevuta in gioventù.
Manzoni ritroverà dentro di sé la fede e riuscirà così a scrivere le sue opere migliori. La fede, per lui, è una scelta consapevole, un faro che lo guiderà per tutta la vita. E come non pensare alla straordinarietà di quell’animella di Lucia, che con la sua semplicità sconvolge l’animo dell’Innominato? La forza di questa donna, così fragile e umile, sta proprio nella fiducia cieca nella Provvidenza, che non la abbandona mai.
La scoperta di una fede autentica e la fiducia in un disegno divino possono essere un esempio di consapevolezza nel proprio rapporto con Dio. In un’epoca segnata da relativismo e smarrimento, non è poco: costituisce piuttosto una riflessione su cui vale la pena soffermarsi.
Daniela Scimeca