Signor Ministro,
lei afferma, commentando la prova di matematica della maturità scientifica: «È l’impostazione che ho indicato per la rivoluzione della matematica, che deve essere rigorosa, ma anche capace di aprire alla comprensione della realtà. Non si tratta soltanto di applicare formule: occorre interpretare, argomentare, compiere scelte».
Se lo faccia dire da chi la insegna e fa ricerca didattica da 37 anni, non è così che si dà valore alla matematica di un liceo scientifico.
Innanzitutto, nei due esercizi del lago di Bracciano e del terremoto non erano i ragazzi a dover modellizzare situazioni reali, ma venivano già fornite le funzioni: la prima in modo pretestuoso e irrealistico (da dati reali non potrà mai risultare una funzione contenente π) ed entrambe senza fornire alcuna motivazione. Si dovevano semplicemente prendere per vere le espressioni fornite dal testo.
Anche il quesito sul torneo di pallavolo è un normale pretesto usato nei problemi di calcolo combinatorio, ma nessun organizzatore conterà mai le migliaia di possibilità di formare i gironi prima di scegliere come stabilire il calendario.
Comunque, lei non ha rivoluzionato nulla, perché questi assurdi problemi “tratti dalla realtà” erano stati presenti per anni in passato e sono sempre stati un fallimento.
Ma a essere completamente sbagliato è il presupposto: la matematica in un liceo deve essere un linguaggio bello, logico e coerente in sé e non acquisisce dignità dimostrando di essere utile.
A cosa servono la poesia, la pittura, la musica? A nulla. Ma la vita sarebbe meno umana senza la bellezza inutile. Dice la filosofa Agnes Heller: «Se qualcuno mi chiedesse che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: prima di tutto cose “inutili”: greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Il bello è che così, a 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose».
Se al liceo i ragazzi acquisiscono il linguaggio logico e coerente della matematica, potranno applicarlo in seguito all’università e nella vita all’economia, alla statistica, alla medicina, all’ingegneria, all’astronomia. Ma prima devono avere un bagaglio di concetti e strumenti che si forma solo con tanto tempo, fatica, metodo, coerenza e senza l’ossessione di doversi giustificare in base all’utilità.
Anche la moda di corredare i problemi con citazioni prese da aforismi.it è una presa in giro della matematica, perché sottintende che debba essere per forza abbellita per renderla accettabile. Forse le frasette faranno contenti i commentatori che della prova capiscono solo quello, ma non vengono neppure lette dai ragazzi che affrontano una prova faticosa e durissima, più di tutte le seconde prove di qualsiasi indirizzo.
Infine, è ora di smetterla di cambiare le carte in tavola al momento dell’esame. Ci sono stati per anni volumi calcolati con sezioni piane e gusci cilindrici; poi anni con soluzioni e metodi di quadratura approssimati; più di un decennio con il passaggio da una funzione alla sua derivata o a una sua primitiva; anni in cui si ragionava su un grafico già dato; anni con geometrie non euclidee; anni con equazioni differenziali; anni con problemi di fisica: tutte cose via via sparite per far posto ad altre.
E noi docenti a rincorrere le richieste e ad aggiungerle per la classe successiva, dove ne compaiono altre diverse, continuando ad ampliare a dismisura gli argomenti.
Si assuma finalmente una linea chiara, si forniscano ai docenti esempi realistici di prove e si riduca l’immensità dei programmi. Guardando le nuove indicazioni (ma anche le vecchie), se si dovesse davvero fare quanto richiesto si potrebbe dare ai ragazzi di quinta già la laurea in matematica.
Che senso ha riempirsi la bocca di grandi parole fingendo di non sapere delle reali difficoltà degli studenti medi, che non possono essere ingozzati in poco tempo di infinite nozioni per poi ottenere risultati deludenti?
E se questi dati il Ministero non li conosce, o è perché arrivano già “addomesticati” dalle Commissioni o, più probabilmente, perché non vuole o non gli interessa vederli.
Cristina Agazzi