Fra tutti i dispositivi didattici tuttora in uso nelle scuole uno dei più vecchi che è resistito per decenni alle critiche più semplici ma anche alle confutazioni scientifiche più accurate è il voto.
La sua “nascita” si perde nella storia, ed è difficile fissare con precisione la data (ma forse neppure il periodo) in cui è entrato in uso.
Di sicuro già alla fine del Seicento nelle scuole dei Fratelli delle scuole cristiane fondate da Jean-Baptiste La Salle si usavano “gare” fra studenti, secondo una partica ideata in precedenza dai Gesuiti.
Poco per volta la pratica condusse a “classificare” gli studenti tanto che ad un certo punto venne introdotta persino una particolare tecnica di disposizione degli alunni nella classe: a destra si sedevano i migliori, i Romani, mentre a sinistra stavano i Cartaginesi.
L’ idea del voto compare successivamente quando si incomincia e tenere conto dei “meriti” che ciascuno studente metteva insieme settimanalmente:l’ si andava da B (bonum), a Me (mediocris), Ma (malum), P (pessimum).
I primi documenti “valutativi” che attestano l’uso dei voti numerici risalgono a poco prima della metà dell’800: il Regolamento delle scuole metodo prevedeva che per ogni materia d’esame ciascun esaminatore disponeva di un punteggio da uno a 10 in modo da consentire alla fine la composizione di un voto di insieme che però consisteva ancora in formule verbali come ottimo o buono.
Il vero “salto” avviene nel 1851 grazie ad una norma introdotta nel Regno di Sardegna che prevedeva una precisa corrispondenza fra numeri ed espressioni verbali
0 – niente
1 – pessimamente
2- assai male
3 – male
4 – assai poco
5 – poco
6 – mediocremente
7- quasi bene
8 – bene
9 – quasi ottimamente
10 – ottimamente
Successivamente, con il processo di “piemontesizzazione” che investì tutta la pubblica amministrazione, anche le regole pre-unitarie sul voto scolastico si estesero all’Italia intera anche se rimanevano significative differenze territoriali perché solo nel 1911 le scuole elementari da comunali diventarono statali.
Nel 1926, con la piena entrata in vigore della Riforma Gentile, in tutte le scuole elementari viene applicato quanto previsto dall’articolo 1 del Decreto 161: “a cominciare dall’anno scolastico 1926-27 tutti i fanciulli che intendono frequentare le pubbliche scuole elementari o presentarsi agli esami come privatisti debbono fornirsi della pagella scolastica. La pagella scolastica è annuale e serve ad attestare la frequenza, il profitto degli alunni durante l’anno scolastico e il risultato degli esami”.
Il successivo articolo 3 chiariva che “la pagella scolastica è fornita dal provveditorato generale dello Stato in tipo unico secondo il modello stabilito dal ministero della pubblica istruzione. Essa è posta in vendita al prezzo di 5 lire presso le rivendite di generi di privativa” [le “privative” non erano altro che le tabaccherie o gli esercizi autorizzati a vendere generi di monopolio].
I Patronati scolastici avevano però la possibilità di fornire gratuitamente la pagella agli alunni bisognosi o appartenenti ad alcune particolari categorie (orfani di guerra o figli di invalidi, per esempio).
Con un Regio decreto del luglio 1929 la “tassa sulla pagella” viene abolita e a partire dall’anno scolastico 1929/30 il documento viene fornito gratuitamente a tutti gli alunni.
Nel 1945, proprio negli ultimi mesi di guerra, il Ministero dell’Istruzione provvede ad approvare i Programmi per la scuola elementare ai quali aveva espressamente lavorato il pedagogista statunitense Carleton Whasburne che si ispirava al pensiero di John Dewey e che era stato inviato in Italia dal Governo americano dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, come alto ufficiale delle truppe alleate.
I programmi diventarono legge con un decreto luogotenenziale del 24 maggio successivo, pubblicato poi nella Gazzetta Ufficiale del 21 agosto.
La legge conteneva anche in allegato il modello di pagella per la scuola elementare, modello che rimase in vigore almeno fino alla entrata in vigore dei programmi successivi del 1955
Molto più snella della pagella fascista, quella del 1945 prevedeva la valutazione (con un voto numerico e non più con un giudizio, come avveniva in precedenza).
Intanto nel 1946 il costo della pagella (10 lire) torna ad essere posto a carico delle famiglie anche se, come già in precedenza, i Patronati scolastici potevano fornirla gratuitamente agli alunni bisognosi.
Negli anni ’50 il costo della pagella viene portato a 25 lire fino a che, nel 1963 viene definitivamente azzerato, sia per la scuola elementare sia per la media (stava entrando in vigore quell’anno la legge sulla scuola media unica obbligatoria) così come prevedeva l’articolo 1 della legge 1529 di quell’anno (“Il rilascio delle pagelle e dei diplomi di licenza agli alunni della scuola dell’obbligo, elementare e media, è gratuito”).
Tutto resta invariato fino al 1977 quando, con la legge 517 di quell’anno, sparisce eliminato il voto numerico che viene sostituito dal giudizio sintetico.
Nel 2008, con la Ministra Gelmini, si torna al voto numeri (più adatto, spiega la Ministra, sostenuta in questa teoria anche da altri ministri “economisti” come Giulio Tremonti).
Per tornare ai “giudizi” sintetici si deve però aspettare il 2020 quando la ministra Lucia Azzolina, coadiuvata da una Commissione tecnico-scientifica di esperti coordinati dalla professoressa Elisabetta De Nigris, cancellò la norma voluta dalla Gelmini.
Di lì in avanti è storia di questi ultimi anni, ma non si può affermare che l’amore per il voto numerico da usare anche nella scuola primaria sia scomparso. Anzi, nel 2023, proprio mentre Valditara annunciava che, seppure con qualche modifica, l’impianto voluto da Azzolina sarebbe rimasto, diversi esponenti di Governo proponevano pubblicamente il ripristino del voto.
Forse avevano in mente il vecchio decreto del 1851 che senza tanti fronzoli spiegava: 6=mediocre, 8=buono, 10=ottimo.