Sono insegnante di sostegno nella scuola secondaria di primo grado e lavoro in una scuola di Pesaro.
Il lavoro dell’insegnante di sostegno è, a mio parere, il mestiere più bello che ci sia, perché ogni giorno è una scoperta. Non è possibile sapere in anticipo cosa porterà la giornata: ogni situazione è diversa, ogni percorso prende forme impreviste. Anche i piccoli traguardi, quando arrivano, sono come dei regali, e spesso non sono nemmeno prevedibili.
Allo stesso tempo, è un lavoro che mette continuamente a confronto con il limite: non sempre si vedono risultati immediati, e a volte un esito positivo può non essere visibile. In questo senso, insegna anche a non essere dipendenti dall’esito, ma a stare dentro al processo educativo.
Vi scrivo perché seguo con interesse la trasmissione LOGOS – Storie e parole sulla scuola e, anche alla luce di alcuni recenti fatti di cronaca, mi sono trovata a riflettere in modo ancora più forte su cosa significhi oggi essere insegnanti.
Spesso ci troviamo di fronte a figure descritte come competenti, apprezzate, stimate. Eppure, in alcune situazioni, sembra emergere che questo non sia sufficiente. È una domanda che mi accompagna: che cosa manca?
Negli ultimi mesi ho scritto un manuale sulla didattica del sostegno che nasce proprio da questo tipo di interrogativi. Non vuole dare risposte definitive, ma provare ad aprire uno spazio di riflessione sul ruolo dell’insegnante, a partire dalla persona: da come si pone, da come guarda, da come costruisce senso dentro il contesto educativo.
Pur essendo orientato all’ambito della disabilità, credo che il tema riguardi in modo più ampio il compito educativo nella scuola di oggi.
Per questo mi permetto di proporre un possibile contributo per la trasmissione, come occasione di confronto su questi aspetti.
Giovanna Morini