Breaking News
10.03.2026

Razzismo a scuola: alle volte è nascosto anche nelle parole; per contrastarlo ci vogliono pratiche continue

Ma c’è razzismo nelle nostre scuole?
Alla domanda cerca di rispondere una interessante ricerca empirica condotta tra il 2019 e il 2024 su oltre 300 studenti da Filomena Gaia Farina, docente di sociologia presso l’Università di Padova, in collaborazione con Annalisa Frisina e Alessio Surian.

Il razzismo nei contesti educativi – spiega la professoressa Farina in un saggio pubblicato sulla rivista specializzata Pedagogika, viene spesso percepito come qualcosa che accade “altrove”: nei fatti di cronaca violenti o nei discorsi d’odio espliciti. Questa visione rassicurante rischia però di nascondere la realtà dei fatti-

Come emerge dalla ricerca che abbiamo citato il razzismo non si manifesta solo in episodi eclatanti, ma permea le pratiche quotidiane e istituzionali ed è per questo che l’educazione antirazzista richiede un impegno costante e ordinario.
Dal punto di vista sociologico, il razzismo è una gerarchia di potere costruita storicamente che continua a operare anche in contesti che si definiscono egualitari. Esso agisce su due livelli principali che si alimentano a vicenda.

La dimensione istituzionale è fatta di norme e procedure, come la mancanza di cittadinanza formale per molti studenti, che condiziona traiettorie di vita e opportunità. La dimensione quotidiana attraversa invece le interazioni di tutti i giorni: sguardi, battute, svalutazioni.

Si tratta di microaggressioni spesso non intenzionali — come la domanda reiterata “da dove vieni davvero?” o i complimenti sulla competenza linguistica — che accumulano nel tempo un logoramento profondo e normalizzano gerarchie di valore tra i corpi.

Un elemento critico emerso dalla ricerca è la tensione tra intenzioni inclusive ed effetti reali. Spesso, nel tentativo di ribadire l’uguaglianza, gli insegnanti evitano di nominare le differenze (come il colore della pelle), pensando che i bambini non le vedano. Tuttavia, se le differenze non vengono nominate, anche le esperienze di discriminazione faticano a trovare legittimazione. Per affrontare il razzismo, gli adulti devono prima di tutto riflettere sulla propria posizione e sui propri automatismi. Chiedersi chi si considera “bravo” spontaneamente o chi si interrompe più spesso aiuta a far emergere pregiudizi impliciti.

Le attività didattiche possono tradursi nello scomporre collettivamente il linguaggio quotidiano, analizzando chi riceve certe domande e perché. Nella scuola primaria, l’uso di albi illustrati con una pluralità di rappresentazioni è fondamentale, mentre nella secondaria è utile analizzare produzioni culturali di giovani razzializzati e interrogare criticamente i media.

In conclusione, l’antirazzismo non deve essere considerato un progetto aggiuntivo o emergenziale, ma una dimensione costitutiva di una scuola democratica, capace di formare soggetti in grado di riconoscere e interrogare le ingiustizie del presente.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate