Negli ultimi mesi il dibattito sulla riforma degli istituti tecnici, che entrerà in vigore a partire dall’anno scolastico 2026/2027, si è concentrato quasi esclusivamente sulla riduzione di un’ora di italiano e sulle possibili conseguenze per le discipline STEM. Tuttavia, c’è un aspetto molto più rilevante che sta passando quasi inosservato: la drastica riduzione del monte ore delle lingue straniere, in particolare della seconda e della terza lingua comunitaria.
Se si analizzano i nuovi quadri orari emerge infatti un ridimensionamento significativo dell’insegnamento linguistico, proprio in quegli indirizzi che dovrebbero preparare gli studenti a operare in contesti economici e commerciali internazionali.
Biennio: da tre a due ore settimanali
Nel biennio degli istituti tecnici ad indirizzo RIM (Relazioni Internazionali per il Marketing) la seconda lingua comunitaria subisce già una contrazione evidente. Attualmente il monte ore annuale è di 99 ore per classe, che corrispondono a tre ore settimanali. Con la riforma, invece, le ore annuali scendono a 66 per ciascun anno del biennio, ovvero due ore settimanali per classe. Si tratta quindi di una riduzione di un terzo del tempo dedicato all’apprendimento linguistico proprio nella fase iniziale, quando si costruiscono le basi della competenza comunicativa.
Triennio: riduzione progressiva fino a un’ora settimanale
La situazione diventa ancora più problematica nel triennio RIM. Per la seconda lingua comunitaria si passa dalle attuali 99 ore annuali per classe a 66 ore al terzo anno (circa 2 ore settimanali), 66 ore al quarto anno (ancora 2 ore settimanali) e 33 ore al quinto anno (appena 1 ora settimanale). In altre parole, nell’ultimo anno di scuola superiore gli studenti avrebbero una sola ora settimanale di lingua straniera – tedesco, spagnolo o francese – una quantità di tempo didattico difficilmente compatibile con qualsiasi reale obiettivo formativo.
Terza lingua comunitaria: il taglio più drastico
Ancora più drastica è la situazione della terza lingua comunitaria. Dalle attuali 99 ore annuali, pari a tre ore settimanali, si scenderebbe a 33 ore annuali, cioè una sola ora a settimana. Un cambiamento che riduce di due terzi il tempo dedicato allo studio di una lingua straniera e che rischia di rendere l’insegnamento quasi simbolico, più che realmente formativo.
La questione dell’autonomia scolastica
È vero che la riforma prevede una quota del curricolo destinata all’autonomia delle scuole, che teoricamente potrebbe essere utilizzata anche per potenziare o mantenere alcune discipline. Tuttavia, resta da capire in che modo questa quota verrà concretamente utilizzata.
Le istituzioni scolastiche potrebbero decidere di impiegare una parte di questa autonomia per recuperare ore di lingua e salvaguardare le cattedre, ma non vi è alcuna garanzia che ciò accada. Molto dipenderà dalle scelte dei singoli istituti, dalle priorità didattiche stabilite e dalle esigenze organizzative. Di conseguenza, il rischio è che la riduzione prevista dai quadri orari ministeriali si traduca effettivamente in una contrazione strutturale delle ore di insegnamento per le lingue straniere.
Internazionalizzazione e multilinguismo: parole o realtà?
Questi dati pongono una questione evidente: come si concilia una simile riduzione con le continue dichiarazioni sull’importanza dell’internazionalizzazione e del multilinguismo nella formazione tecnica ed economica?
Gli istituti tecnici, e in particolare indirizzi come Relazioni Internazionali per il Marketing, dovrebbero preparare studenti capaci di operare in contesti globali, dialogare con partner commerciali stranieri e comprendere mercati internazionali. Ridurre drasticamente lo spazio dedicato alle lingue sembra andare nella direzione opposta.
Il silenzio sul problema
Colpisce inoltre il fatto che nel dibattito pubblico e sindacale l’attenzione si sia concentrata quasi esclusivamente sulla riduzione di un’ora di italiano. Un tema certamente importante, ma che rischia di oscurare una contrazione ben più significativa: quella delle lingue straniere.
Per i docenti di tedesco, spagnolo e francese la riforma potrebbe tradursi in una forte riduzione delle ore disponibili e delle cattedre, con conseguenze rilevanti anche sul piano occupazionale. Eppure su questo punto il dibattito appare ancora molto limitato.
Una questione che riguarda la qualità dell’offerta formativa
Il problema, però, non riguarda solo i docenti. Riguarda soprattutto la qualità dell’offerta formativa degli istituti tecnici. In un sistema economico sempre più interconnesso, ridurre lo studio delle lingue straniere rischia di indebolire proprio quelle competenze che dovrebbero rappresentare uno dei punti di forza della formazione tecnica italiana.
È quindi legittimo chiedersi se questa scelta sia davvero coerente con gli obiettivi dichiarati di modernizzazione, internazionalizzazione e apertura al mercato globale che accompagnano la riforma.
Marina La Pietra