Si continua a parlare della bufera che ha colpito il professor Vincenzo Schettini, influencer de La Fisica Che Ci Piace, qualche mese fa. Il docente di fisica aveva pronunciato alcune dichiarazioni che hanno sollevato un polverone.
“L’insegnamento cambierà molto. La scuola si fruirà anche online, fuori dalle quattro mura, molti insegnanti andranno in part-time e proporranno contenuti online, anche a pagamento. Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e perché la buona cultura no? Dobbiamo uscire dal cliché che la cultura debba essere sempre gratuita. Se un metodo è buono, è giusto che diventi un prodotto accessibile. Io stesso ho acquistato corsi di inglese online perché ho riconosciuto il valore del metodo”, ha aggiunto.
Schettini ha anche detto di “costringere” gli studenti a guardare le sue live, promettendo voti alti a chi partecipava. In molti hanno criticato i “teachtokers“: è giusto fare “divulgazione” sui social e mostrare la propria attività online oppure si supera un limite? Ancora si tratta di una situazione “non normata”: non esiste una legge che regola questo tipo di attività alternativa.
A distanza di tempo dal polverone, Schettini è tornato a parlarne su Vanity Fair, come ha riportato Il Fatto Quotidiano. “Posso avere successo in televisione, aver scritto un libro bestseller, aver portato in un teatro uno spettacolo con oltre cento date sold out e centomila spettatori, ma io resto un professore. Lo sono in classe e anche sul palco”.
“Credo che, quando ho detto in tono ironico che ‘costringevo’ gli studenti a seguire le mie dirette, fosse evidente il contesto scherzoso. Se davvero avessi costretto gli studenti, dopo poche lezioni sarebbe arrivata una segnalazione alla dirigente scolastica”. Secondo il prof, quell’esperienza ha coinvolto i ragazzi, ma “quando si raggiunge una certa esposizione pubblica, perfino l’ironia rischia di essere fraintesa“.
“Non mi è piaciuto il fatto che sui social vengano estrapolati pochi secondi di un discorso e fatti circolare senza il resto del contesto. Se qualcuno prende trenta secondi di una mia diretta, nei quali invito gli studenti a partecipare, a commentare e a studiare promettendo un voto in più, ma ignora tutto il lavoro svolto durante la lezione, inevitabilmente offre una rappresentazione distorta della realtà“. Le accuse sono arrivate in forma anonima anche da ex studenti: “Come si può chiedere a qualcuno di scusarsi davanti ad accuse anonime? Aggiungo anche un’altra cosa: non sono mai stato un insegnante che piace a tutti. È normale. Ci saranno sicuramente studenti che conservano un ricordo negativo di me, perché insegnare significa anche valutare, mettere insufficienze e pretendere impegno. Fa parte del nostro lavoro”.
“La scuola è e deve rimanere un diritto universale, gratuito e inalienabile. Io non parlavo dell’istruzione scolastica. Facevo un altro ragionamento: se vado a teatro pago un biglietto, se visito una mostra pago un biglietto e un artista viene giustamente retribuito per il proprio lavoro. Allo stesso modo, un insegnante è un professionista e, quando realizza attività culturali al di fuori della scuola, è giusto che venga remunerato“.
“In questo periodo, la scuola è cambiata in modo straordinario – ha sottolineato Schettini –. Ho iniziato a insegnare nel 2007 con un registro cartaceo e oggi ci troviamo a confrontarci con l’intelligenza artificiale generativa”.
“Se un bambino di dieci anni si affida completamente all’intelligenza artificiale per svolgere ogni compito, il rischio è enorme: diventa una sorta di suicidio mentale – ha spiegato il fisico –. Se invece la utilizza un ingegnere aerospaziale per migliorare le prestazioni di un modulo orbitante, oppure un medico o un programmatore, allora rappresenta un’opportunità straordinaria”.
“Gli stimoli, le idee e la possibilità di fare ogni giorno qualcosa di diverso. In realtà, più che la scuola in sé, sono gli studenti a darmi tutto questo – ha confessato Schettini –. La scuola, invece, troppo spesso mi offre soltanto burocrazia: documenti da compilare, procedure e adempimenti che finiscono per soffocare il lavoro degli insegnanti. È un aspetto che trovo profondamente frustrante”.
Tra dieci anni, il professore immagina una scuola diversa, “non più imprigionata in schemi ormai superati. Non so se accadrà davvero. La mia paura è che possa addirittura crollare sotto il peso della propria incapacità di cambiare“.
Secondo Schettini servirebbe una “vera riforma. Non basta cambiare il linguaggio o introdurre nuovi strumenti. Bisogna ripensare i principi stessi sui quali si fonda la scuola, costruendo un modello realmente innovativo. Solo dopo sarà naturale modificare anche il modo di insegnare e di comunicare”.