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Scioperi generali contro il rischio della violenza

L’articolo Lo stipendio dei docenti italiani è di 1.700 euro netti al mese mi ha sollecitato di nuovo un pensiero: o i sindacati – e i lavoratori e le lavoratrici – si danno una svegliata cambiando i rapporti tra di loro ed organizzando scioperi generali a fronte unito, oppure temo che in Italia tornerà la violenza del piombo.

Arriverò a spiegare il pensiero partendo prima dai dati di fatto riguardo gli stipendi.

Al vostro articolo mi permetto di aggiungere che le cose sono peggiorate rispetto all’anno 2022/23, al quale si riferisce il rapporto Eurydice, e che inoltre andrebbero considerati i divari di retribuzione tra insegnanti: è figlio di una cultura retrograda che un maestro di infanzia e primaria guadagni meno di un collega delle medie, il quale a sua volta percepisce meno di un collega delle superiori, come se alla minore età degli allievi corrispondesse una minore esigenza formativa e pertanto minore impegno dei docenti (e se qualcuno inarca il sopracciglio, studi pedagogia e didattica!).
Ma il divario retributivo tra insegnanti non viene affrontato, come molti altri aspetti spinosi della scuola che proseguono immutabili.

Ad ogni modo, la cosa interessante e tragicomica – visti i proclami del governo sulla presunta diminuzione delle tasse – è che gli stipendi quest’anno sono stati abbassati.
Io sono un insegnante precario di primaria, e la media mensile del mio stipendio netto, nel primo semestre di quest’anno, è stata di 1534 euro. L’anno scorso, invece – con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti – era stata di 1673 euro.

Quindi dal primo semestre 2024 a quello 2025 ho perso un totale di 837 euro: tantini, vero?

Il taglio dello stipendio (a me così come alle mie colleghe di ruolo) è avvenuto a marzo, senza alcuna comunicazione da parte del ministero, o dell’Agenzia delle entrate: chi ha da pagare un affitto o un mutuo, si arrangi. Poi s’è scoperto che i soldi prelevati dalle busta paga sarebbero stati restituiti a giugno: col piffero, perché ne sono tornati soltanto una parte.

La cosa assurda è che a scuola una valanga di soldi viene però concessa per progetti extra, come ad esempio quelli per il Piano Estate, che prevedono una retribuzione lorda oraria di 70 euro, un evidente incentivo affinché i docenti resistano ancora un po’ allo stress di un anno scolastico. Insomma, i soldi quando lo si vuole si trovano sempre: cioè, ci sono.

E allora ditemi voi, considerato che per insegnare all’infanzia e alla primaria serve una laurea di cinque anni, poi un concorso e ancora un anno di prova con progetto didattico da rendicontare (gli esami non finiscono mai, no?), ditemi voi a un giovane che voglia possa venire di fare l’insegnante (come si deve, intendo, cioè rinnegando la didattica trasmissiva dello stare seduti in cattedra – e sui banchi – con un sussidiario sempre aperto): bisogna essere spinti da una grande passione, per fare il docente a 1.500 o 1.700 euro al mese, in questa scuola che ormai è la casa di accoglienza di tutti i problemi della nostra società malata (le prime vittime sono sempre i bambini e gli adolescenti).

Purtroppo la grande passione, spesso, la si scopre facendo, lavorando: è difficile che a 18-19 anni un ragazzo “senta” di fare l’insegnante. E la bassa retribuzione allontana l’insorgere del sentimento.

Bisogna poi dire che alla domanda del vostro articolo «perché un insegnante italiano deve avere uno stipendio medio (comprensivo di indennità e compensi accessori) di 1.700 euro netti?», molti italiani risponderebbero: perché gli insegnanti hanno una lunga vacanza estiva.

Per essere chiari, non penso proprio che la mia condizione sia peggiore di quella di un operaio che facendo turni magari arriva a uno stipendio di 2mila euro o di più. Per non parlare degli educatori professionali (lo sono stato anch’io), che guadagnano una miseria per lavorare anche in situazioni molto, molto difficili (comunità minori, carceri, persone con gravi disabilità fisiche e cognitive).

La questione è semplicemente una: considerati tutti i settori, c’è una grande massa sfruttata (chi di più, chi di meno) di lavoratori e lavoratrici che mantengono i privilegi di una minoranza.

Questa situazione comporterebbe una presa di coscienza dei lavoratori e delle lavoratrici e un cambiamento da parte dei sindacati, che spesso appaiono come corporazioni auto-referenziali.

Visto che al fondo del pozzo ci stiamo arrivando oppure abbiamo già scoperto che il fondo del pozzo è bello profondo (lo sa bene chi debba rivolgersi alla sanità pubblica o a un tribunale), vista insomma la gravità sempre maggiore della situazione, bisognerebbe trovarsi tutti intorno a un tavolo, lasciar perdere le divisioni su questioni particolari, e concentrarsi su quelle tre-quattro cose riguardo la scuola, la sanità e la giustizia sulle quali menti oneste e sane non possono che essere d’accordo. Bisognerebbe ricordarsi dell’unità che trovarono i nostri nonni durante la Resistenza.

Scioperi generali a fronte unito sono l’unico modo per cambiare le politiche dei governi – qualunque sia il loro colore – prima che si vada ancora più a fondo e qualche dissennato ritenga che la soluzione sia organizzarsi per usare la violenza del piombo. A quel punto, l’Italia non solo tornerebbe a stagioni già vissute e presto dimenticate, ma i reazionari imbottiti dalle poltrone istituzionali ne approfitterebbero per involarci verso uno Stato autoritario (e il Decreto sicurezza è la premessa che sostiene tale affermazione).

Se agli scioperi generali qualche grande sindacato non ci sta (non è certo un segnale di indipendenza che Luigi Sbarra, capo della Cisl fino allo scorso febbraio, sia diventato sottosegretario alla presidenza del Consiglio), a maggior ragione tutti gli altri sindacati dovrebbero unirsi. Chi se ne importa di tenere alta la bandiera di una sola sigla sindacale, se il sistema sociale sta crollando!

Ingenuità? Molto probabilmente sì, visto che il segretario dell’Unicobas, Stefano d’Errico, approfitta di un ricorso vinto contro il Ministero – riguardo un accesso agli atti sulle elezioni del Cspi – per attaccare tutti gli altri sindacati che non hanno «fatto nulla».

Nelle condizioni in cui versa la scuola, sai ai lavoratori e alle lavoratrici che cosa gliene importa di un ente che – essendo consultivo – non decide nulla sulle politiche governative. Ma intanto un minuscolo ossicino fa brodo per un po’ di autoreferenzialità sindacale. Per un po’ di bla bla bla, Thunberg docet.

Forse il problema vero è che, in un modo o nell’altro, le condizioni materiali della maggioranza degli italiani sono pur sempre accettabili, e finché nel piatto non manca da mangiare, ai cittadini va bene così. Anche se sfruttati.

Dovremmo avere tutti la dignità e il coraggio del 93enne che il 17 agosto ha telefonato a Prima pagina di Radio 3 (dal minuto 21.40) per dire che farebbe «un bonifico al ministro» per restituire l’aumento di 1,8 euro di pensione della moglie: «Ho sopportato cinque anni di guerra […] quindi ho ancora la forza di sopportare questa presa in giro di chi dice che tutto va bene […] La mia famiglia non ha bisogno di elemosina».
Abbiamo forse bisogno di una guerra anche noi, per drizzare la schiena?

Daniele Ferro

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