Il 3 ottobre il mondo della scuola torna in piazza contro la guerra a Gaza: la protesta, indetta dalla Cgil e dai sindacati di base, dopo il blocco degli attivisti della Flottilla da parte di Israele, è stata dichiarata illegittima dal Garante, ma in ogni caso resta in campo quella di Si Cobas. I risultati dello stop delle attività lavorative per 24 ore saranno chiari tra qualche giorno. Il dato “da battere” è l’11% dello sciopero del 22 settembre, convocato per gli stessi motivi. Un risultato considerato molto significativo dagli osservatori. Peccato che, in passato, la partecipazione agli scioperi fosse fino a sei volte più alta.
Una questione che toccava il personale della scuola sul vivo, si dirà. E senza dubbio la motivazione è uno dei fattori che determinano la buona riuscita degli scioperi, insieme alla “forza” dei sindacati che indicono le manifestazioni. Anche per questo, la partecipazione allo sciopero del 22 settembre – convocato da Usb e Cub, con qualche altro piccolo sindacato di base – è apparsa particolarmente alta. Specie se paragonata a quella piuttosto modesta di altri scioperi recenti, indetti anche per ragioni interne al mondo della scuola e soprattutto proclamati dai sindacati rappresentativi, che contano anche tantissime Rsu dentro la scuola.
Pensiamo, per esempio, allo sciopero del 31 ottobre 2024, indetto da diverse sigle, tra cui Flc Cgil, proprio sul rinnovo contrattuale e la perdita del potere di acquisto dei salari del comparto istruzione e ricerca. In quell’occasione gli aderenti furono poco più di 56mila, meno del 6% del milione di dipendenti del settore in servizio nella stessa giornata. Un risultato che appare modesto, considerando il peso delle organizzazioni coinvolte e la ragione della manifestazione. L’ultimo sciopero su Gaza, per capirci, ha registrato quasi il doppio dei partecipanti.
Lunedì 22 settembre, secondo il Cruscotto degli scioperi del Dipartimento della Funzione Pubblica, la partecipazione del comparto istruzione e ricerca è stata dell’11,29%, il secondo dato più alto del pubblico impiego dopo le funzioni centrali (11,89%). Gli scioperanti del comparto istruzione e ricerca sono stati oltre 120mila, su un milione e 150mila in servizio nella giornata. Staccati Vigili del Fuoco (8%), autorità indipendenti (6,5% di adesione), funzioni locali (4.9%), regioni a statuto speciale (4,3%), Presidenza del Consiglio e Province autonome (entrambe al 2,5%) e sanità (2%).
Il Cruscotto fornisce anche il dato delle trattenute sulle retribuzioni. Il comparto istruzione e ricerca ha rinunciato a circa 9,5 milioni di euro, il dato più alto in assoluto del pubblico impiego. Al secondo posto i dipendenti delle funzioni centrali (1,3 milioni), quelli delle Regioni a Statuto Speciale (460mila euro) e delle funzioni locali (350mila euro). Per i docenti, in generale, per un’intera giornata di sciopero, la trattenuta corrisponde a circa 1/30 dell’imponibile fiscale, ossia la differenza tra l’imponibile contributivo e i contributi previdenziali.
Numeri importanti, insomma, che tuttavia impallidiscono rispetto a quelli registrati durante alcuni scioperi del passato, anche recente. Come quello convocato il 30 ottobre 2008 contro la riforma Gelmini, promossa dal governo Berlusconi: in quell’occasione incrociarono le braccia quasi 670mila tra docenti, dirigenti, personale educativo e ATA. Conti alla mano, oltre il 63% dei dipendenti in servizio nella stessa giornata, che superavano di poco il milione di unità. Una partecipazione quasi sei volte più alta rispetto a quella del 22 settembre scorso.
In tempi più recenti, ha visto una grande partecipazione anche lo sciopero contro la riforma della “Buona Scuola” promossa dal Governo Renzi. La manifestazione si tenne il 5 maggio 2025 e secondo i dati del Cruscotto portò in piazza quasi 620mila lavoratori del mondo della scuola, quasi il 65% di quelli in servizio nella stessa giornata. Anche in questo caso, un dato circa sei volte superiore rispetto a quello del 22 settembre scorso. In attesa di conoscere i dati del 3 ottobre, che potrebbero riservare sorprese.