Una mia collega, un annetto fa, mi guarda e mi fa ‘Scusa, ma che hai contro la scuola-azienda? Guarda che può anche essere una cosa buona, dipende da come viene fatto!’ Quando una narrazione viene propalata in tutte le salse e attraverso tutti i media disponibili senza alcuno contraddittorio e senza che il fruitore di tale bombardamento abbia effettiva cognizione di causa, nel senso di una conoscenza effettiva dell’argomento specifico, ma anche dei suoi presupposti in termini di conoscenze in campo economico, sociopsicopedagogico e filosofico, è facile rimanere vittime di questo ‘utero’ mediatico che ipnoticamente assorbe e manipola.
La premessa da fare è che un’azienda è normalmente concepita per produrre profitto, o quantomeno, in ambito di terzo settore, non andare in default: una concezione del genere dovrebbe subito sgomberare il campo da ogni tipo di equivoco, per ricollocare la scuola, almeno quella pubblica, nel suo alveo naturale, quello culturale col precipuo compito di formare, oltre che conoscenza, personalità sane e futuri responsabili cittadini attivi.
Ma facciamo finta che questa premessa, seppur vitale e fondamentale, non conti nulla, e proseguiamo nel nostro cammino argomentativo. Non si tratta di entrare necessariamente nell’ambito della speculazione filosofica: basta essere entrati almeno una volta in un’azienda e averne colto le caratteristiche organizzative. Innanzitutto esiste un ‘capo’ o quantomeno un ‘gruppo dirigente’, una proprietà.
Non scomodiamo Marx, ma è evidente che, se esiste una ‘proprietà’ o un ‘dirigente’, la ‘linea’ viene dettata da questi, e sappiamo bene quanto i margini di discussione o ridefinizione di tale linea si siano talmente ridotti, negli ultimi 30/35 anni, da essere diventati risibili, oggi non vedo intorno a me molti Adriano Olivetti.
Ma esistono altre caratteristiche che definirei perniciose, sia per la qualità della vita aziendale che per gli esiti in termini di qualità del prodotto. La suddivisione in diversi incarichi e sotto-incarichi: responsabili e vice-responsabili, staff e sotto-staff inevitabilmente producono almeno altre tre ‘criticità’: gerarchizzazione, burocratizzazione e forte digitalizzazione. E chi, nell’azienda, non vorrebbe fare carriera? Chi non vorrebbe avere un aumento di stipendio e magari di status? Gli stipendi sono sempre più bassi, e la guerra fra poveri è inevitabile. La competizione è il sale della cultura aziendale e il valore del lavoratore si misura sulla base dei soldi che ricava a fine mese.
Max Weber mise ben in guardia sulle inevitabili contraddizioni e sui mali che la burocrazia, pur necessaria in società complesse, porta con sé. Il linguaggio burocratico appiattisce, semplifica, banalizza: l’esatto opposto di ciò che una scuola dovrebbe fare: tendere alla problematizzazione, che non significa creare problemi laddove non dovrebbero esservene. E che dire sugli inevitabili conflitti fra interesse pubblico e interesse privato? Se un privato entra (per collaborare?) in una scuola, oltre a parlare in burocratese ed a tendere inevitabilmente ad informare senza saper formare, adoperando stili comunicativi e veicolando messaggi quasi sempre in netta antitesi con le finalità educative di una scuola, questo privato tenderà a ‘promuovere’ le proprie finalità piegando ad esse la ‘collaborazione’ con l’istituto scolastico, mentre le ricadute sul ‘piano educativo’ scolastico restano tutte da verificare.
Ken Robinson ha ben illustrato come la scuola abbia già interiorizzato ciò che Foucault definisce il ‘discorso’ del paradigma culturale dominante, divenendo essa stessa catena di montaggio di pezzi che entrano diseguali e che vanno invece resi tutti uguali: la famigerata standardizzazione così ben incarnata dall’Invalsi: campanelle, divisione per età, ambienti separati, scatolette-contenitori chiamate aule, sempre più anguste e per un numero sempre maggiore di allievi (alla faccia dei criteri che individuano numero minimo e massimo di soggetti per costituire un piccolo gruppo e di quanto occorra per poter fare seriamente didattica) in edifici in gran parte non a norma, ma i soldi per pc e tablet e software non mancano mai, mentre gli stipendi per gli insegnanti restano eroicamente fra i più bassi d’Europa.
La cultura del capo (con relativa formazione consequenziale dei dirigenti), la gerarchia, la burocrazia, l’iper-digitalizzazione, la competizione, la privatizzazione e la militarizzazione neanche più tanto strisciante di quelli che erano e dovrebbero continuare ad essere ‘comunità educative, rendono ossimori assordanti e inquietanti le espressioni scuola-azienda e preside-manager. Tutto ciò senza considerare il ‘discorso’ politico a monte: oltre ad aver fatto entrare i ‘mercanti nel tempio’ si ha davvero a cuore il voler formare menti pensanti, pensiero critico, cittadini attivi, perché a volte viene da pensare che ad un certo ‘discorso’ convenga ‘produrre’ utili idioti.
Aristide Donadio