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Luca Trapanese: “Io non credo nel TFA e noi genitori non vi facciamo affidamento”

Dal 1° gennaio 2027 entrerà a regime il decreto legislativo 62/2024, che riforma la gestione della disabilità nelle scuole italiane. La novità più rilevante è il trasferimento della competenza sull’accertamento della condizione di disabilità alle ASL alle sole INPS, con il definitivo abbandono del termine “handicap” nei documenti ufficiali. La riforma ha suscitato opinioni contrastanti: c’è chi la considera una razionalizzazione necessaria e chi teme ricadute negative sugli studenti con bisogni speciali.

Il tema è al centro di una puntata di Scuola Talk, il programma di approfondimento de La Tecnica della Scuola, con ospiti come Luca Trapanese (attivista per la disabilità), Domenico Ciociano (Gilda), due dirigenti scolastici non vedenti e Vincenzo Falabella, presidente di Fish. La puntata include dati, tabelle comparative e contributi video per illustrare le novità della riforma.

Trapanese: “I genitori non fanno affidamento al TFA”

Durante la diretta, Luca Trapanese ha parlato apertamente del ruolo dei docenti di sostegno, visto la sua esperienza da padre: “Rispondo sempre con sincerità, assumendomi le mie responsabilità come esperto, politico, padre e fratello di un ragazzo con disabilità. Il mondo della scuola rappresenta una frustrazione continua e una fatica enorme per chi ha un figlio con disabilità. Devi sperare di trovare un insegnante di sostegno che scelga questo ruolo perché ci crede, e non solo come mezzo per entrare nel mondo del lavoro. Io non credo nel TFA (Tirocinio Formativo Attivo) e noi genitori non vi facciamo affidamento. Se i nostri figli hanno delle capacità, queste possono essere valorizzate solo attraverso competenze specifiche. Non possiamo permettere che chi ha una laurea in giurisprudenza o architettura ottenga un TFA senza sapere nulla della differenza tra sindrome di Down, autismo o disturbi dell’apprendimento; è un tema vastissimo. Pur rispettando il diritto al lavoro, non capisco perché lo Stato non immagini un percorso di formazione reale che parta dall’università. Chi vuole fare l’insegnante di sostegno dovrebbe sceglierlo come vocazione e studiare specificamente per capire cos’è la disabilità e come interagire con alunni, genitori e colleghi”.

L’esperto continua: “Come ex assessore al Comune di Napoli, ho ricevuto centinaia di email da genitori frustrati e vite distrutte per mancanza di competenze. Dobbiamo parlare di competenze che aiutino il bambino a sentirsi parte della scuola e del mondo. È inaccettabile che in Italia continuino a lavorare troppi docenti senza specializzazione. Non cambiatemi solo il nome in ‘condizione di disabilità’ se il sistema non funziona: preferisco il termine ‘handicap’ ma avere un sistema reale e non ipocrita. La mia visione è diversa da quella del 1970. Mia madre, con un figlio che oggi ha 45 anni, forse lo nascondeva perché la visione della disabilità era differente. Io, che ho una figlia di nove anni (Alba), voglio che sia realizzata, che abbia un lavoro, che viva la sua sessualità e la sua autonomia. La scuola non ha ancora questa visione perché mancano la formazione e le competenze necessarie per inserire queste persone nel ‘mondo della vita’ tra vent’anni”.

E ancora sul Tfa afferma: “Un solo anno di formazione non è adeguato per un tema così importante. Ci vuole un percorso di laurea strutturato per chi decide di fare l’insegnante di sostegno. Spesso i TFA sono seguiti online e non agevolano una conoscenza proficua della disabilità. Inoltre, nella mia esperienza, molti GLO arrivano con i documenti già scritti e i genitori devono solo firmare. La visione della famiglia viene accolta molto raramente; la sua importanza nel processo è minima”.

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