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Aggiornato il 18.11.2025
alle 16:32

Scuola: rischiamo multa UE per eccessivo precariato. Problema irrisolvibile? O funzionale al sistema?

È già trascorso un anno abbondante da quel 3 ottobre 2024, in cui la Commissione dell’Unione Europea deferì l’Italia alla Corte di giustizia UE per non aver cessato il ricorso smodato ai contratti a tempo determinato (in condizioni lavorative penalizzanti) nella Scuola. Ai docenti precari, difatti, non vengono riconosciuti gli scatti di anzianità (attribuiti invece al personale stabilizzato); il che consente allo Stato un luculliano “risparmio” sui diritti di questi insegnanti (spesso plurilaureati o dottori di ricerca), i quali di conseguenza, visto questo stesso “risparmio” per le casse statali, continuano ad aumentare di numero. Tanto, appunto, da far riconoscere alla Commissione UE che l’uso dei contratti a temine tra gli insegnanti è oramai un autentico abuso sulla loro pelle.

Un quarto del personale è precario

Il “risparmio” però sembrerebbe davvero pantagruelico, se si pensasse al numero ormai gigantesco dei docenti precari in Italia. Il 24 settembre 2025 i docenti con contratto a termine erano 182.641: quasi il 25% (con vette del 37% a Milano) del numero complessivo degli insegnanti (circa 890.000). UIL Scuola RUA scrive (ottobre 2025) che «Dei 48.504 posti autorizzati per il 2025/26, a fronte di 52.885 posti vacanti, sono stati finora immessi in ruolo solo 29.685 docenti. Ulteriori4.403 assunzioni sono previste entro il 31 dicembre 2025». E bisogna ricordare che i posti autorizzati son comunque molti meno di quelli che esisterebbero se le classi fossero composte da non più di 20 alunni, come didattica e salute vorrebbero (a meno che non abbiamo già dimenticato la lezione del CoViD e i tanti crolli — 71 solo nell’ultimo anno — nei fatiscenti edifici scolastici italiani). Non bisogna poi dimenticare che il problema riguarda anche gli ATA: sono state autorizzate nel 2024 solo 10.000 assunzioni sui 40.000 posti vacanti.

Reiterare il precariato oltre i 36 mesi è illecito

Tutti i governi degli ultimi 30 anni hanno sempre accusato il governo precedente per il progressivo aumento dei precari nella Scuola. Così, di scaricabarile in scaricabarile, si è passati dai (già fin troppi) 100.000 precari del 2015 (governo Renzi) ai numeri attuali. Un caso? Un tiro mancino del demonio, alleato con le opposizioni? O un frutto maturo di scelte trasversali e pluridecennali, che eufemisticamente potremmo definire “non del tutto favorevoli” a investire sulla Scuola e sull’istruzione?
La norma esisterebbe da decenni: già la direttiva UE 70/99 prevede che dopo 36 mesi di servizio il lavoratore venga stabilizzato; gli stati membri devono perciò prevenire l’abuso dei contratti a termine. Proprio per non aver rispettato tale direttiva, l’Italia è sotto procedura di infrazione. D’altronde anche in Italia la cosa è ben risaputa: la Sentenza n. 18968/2022 della Cassazione dichiarava illegittimo il contratto fatto firmare a un docente precario per più di 36 mesi, riconoscendogli il risarcimento del danno per l’illegittimità della reiterazione dei contratti a termine.

Pagheremo laute multe per “risparmiare” (molto meno) sulla pelle dei precari?

Il nostro Stato rischia così di pagare (e dunque far pagare a tutte e tutti noi) un’ennesima, salatissima multa per aver dato ennesima dimostrazione di non saper (o voler?) garantire diritti inalienabili. Secondo la fondazione indipendente e senza fini lucrativi Openpolis, già nel giugno 2024 il Bel Paese era gravato da ben 65 procedure d’infrazione, soprattutto a tema ambientale (pur avendo il territorio più ricco di biodiversità in Europa). Ciò faceva della nostra Penisola l’ottavo Stato d’Europa per numero di sanzioni pendenti, nonostante le 43 procedure d’infrazione archiviate nei mesi precedenti. Oltre al gravissimo danno d’immagine per noi italiani — da aggiungersi ai tanti (e spesso meritati) stereotipi sul nostro conto — il danno è economico e pecuniario: nel solo periodo 2012-2021 l’erario ha sborsato più di 800 milioni di multe. Soldi pubblici che si sarebbero potuti spendere, ad esempio, per innovazione e ricerca, oppure… per stabilizzare i precari della Scuola!

Eppure costerebbe meno assumerli tutti

Uno studio UIL Scuola del novembre 2022 ha rivelato che, per assumere a tempo indeterminato tutti i docenti precari, basterebbe una spesa aggiuntiva annua di 180 milioni annui. Infatti la stabilizzazione di ciascun precario costerebbe solo 715 euro in più l’anno, perché lo stipendio tabellare del docente stabile è equivalente a quello del supplente annuale (come spiega un articolo di voglioinsegnare.it del luglio 2025), ma sono gli scatti a poter fare la differenza, oltre alle ferie e alle diverse (ed inique) garanzie contrattuali su assenze e permessi.

Stabilizzare il personale scolastico migliorerebbe la Scuola, con benefici per tutti

I vantaggi, però, non sarebbero solo per gli stabilizzati, ma per tutta la società italiana. Si pensi solo alla certezza dei contributi versati, che aumenterebbero le entrate sicure per l’INPS. Agli alunni sarebbe garantita una maggiore continuità didattica, senza l’attuale girandola di supplenti. Pertanto sul lungo periodo ci sarebbero vantaggi non indifferenti per la qualità complessiva del sistema scolastico, con ricadute anche economiche per tutto il “sistema Italia”, dato che la Scuola ha un’importanza strategica per qualsiasi nazione (come ben sanno i Paesi in via di sviluppo).

Amare la Nazione è armarla? O dotarla di una Scuola pubblica che funzioni?

È lecito dunque aspettarsi dal governo — i cui ministri usano ripetere sistematicamente più volte nei propri discorsi parole come Patria, Italia, Nazione e lavoro, per rinforzare i princìpi tradizionalisti della destra nazionalconservatrice — un’inversione di marcia rispetto alla demolizione controllata dell’istruzione pubblica italiana in voga da 40 anni? O amare l’Italia significa solo armarla fino ai denti (lesinando su tutto il resto)?

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