Sul fronte della scuola, dell’educazione e dell’attenzione ai giovani, è severo il giudizio della redazione di “lavialibera” – periodico di Libera e Gruppo Abele con direttore editoriale don Luigi Ciotti – contro le politiche del Governo Meloni: nel primo numero del nuovo anno, la rivista affronta, punto per punto “il puzzle delle politiche governative sull’educazione. Tanti tasselli – si legge – di cui si rischia di perdere il quadro complessivo: dai tagli all’istruzione pubblica per oltre 600 milioni nei prossimi tre anni (ma il ministro Giuseppe Valditara nega, n.d.r.) e il precariato che rimane un’emergenza, al ministro Valditara che impone disciplina su programmi, libri ed eventi. Dagli atenei sempre più a servizio dell’industria, anche quella bellica – incoraggiati dall’Europa del riarmo –, ai tentativi di imbrigliare la libertà accademica e di critica, anche in nome di una concezione distorta della lotta all’antisemitismo”.
Secondo la direttrice Elena Ciccarello, questo Governo sta producendo “iniziative volte a formare le nuove generazioni secondo valori più graditi alle destre, nell’istituzionalizzazione della censura verso il dissenso”.
Ciccarello sostiene che “nei luoghi che sarebbero dovuti rinascere con il ‘modello Caivano’, gli educatori sono stati messi ai margini dei progetti di riqualificazione e continuano a inseguire progettazioni spot per dare continuità alla loro azione”.
Quindi, la direttrice cita la ministra Anna Maria Bernini per la risposta, definita “sguaiata” data agli studenti di medicina che la contestavano alla festa di Atreju: “Sapete come diceva il presidente Berlusconi? Siete sempre solo dei poveri comunisti. Prima di contestare fatemi parlare. Questo dimostra la vostra inutilità“, ha detto Bernini. Secondo Ciccarello, quelle “parole urlate in piedi dal palco sono la rappresentazione vivida di un potere che guarda alle nuove generazioni come soldati della nuova patria italiana”.
Secondo don Luigi Ciotti, “tutti si riempiono la bocca col verbo “educare”, ma pochi sembrano aver chiaro il suo significato profondo. C’è chi si accontenta del richiamo alla “buona educazione”, intesa come rispetto delle regole formali di comportamento. Altri pensano, invece, che l’educazione sia un atto “proprietario”, che spetta a qualcuno in via esclusiva: la scuola, la famiglia o lo Stato, concepiti come soggetti in competizione”.
Don Ciotti sostiene che “c’è chi – temo la maggior parte delle persone – pensa che si educhi esclusivamente “in verticale”: gli adulti educano i ragazzi e le classi istruite educano le masse ignoranti, secondo un principio di autorità, più che di generosità nel condividere i saperi”.
“I grandi maestri della pedagogia – continua don Ciotti – ci aiutano per fortuna a fare chiarezza, spiegando che le idee e le pratiche educative partono da un’esigenza molto più radicale: quella di trasformare il mondo, trasformandoci noi per primi. Ci parlano di un educare che se si vuole autentico dev’essere sempre un atto di responsabilità reciproca: “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme con la mediazione del mondo”, scriveva Paulo Freire.
Quindi, prosegue, “sento il bisogno di ri-educarmi io per primo! Mai come ora mi ritrovo nell’idea che educare significa educarsi, gli uni con gli altri. Cercare altre mani nel buio per orientare insieme i nostri passi. Giovani e adulti, professori e studenti, attivisti, studiosi e persone comuni. Chi più sa, più mette in comune”.
E ancora: “Chi è meno formato, ha comunque uno strumento magnifico da porre al servizio degli altri: l’arma potentissima del dubbio. Ci servono dubbi, per uscire dal buio. Ci servono domande sincere, senza risposte preconfezionate. Ci serve abbandonare le nostre certezze, i nostri schemi, le nostre chiavi di lettura solite”.
Secondo don Ciotti, “per non arrenderci al buio, dobbiamo investire in educazione. Ancora più di prima! Nei mondi dell’impegno sociale lo abbiamo sempre fatto. Abbiamo creduto da subito nella collaborazione con le scuole, nei percorsi educativi in carcere, sulla strada e in tutti quei contesti dove la mancanza di consapevolezza faceva il gioco delle mafie e dell’ingiustizia. Abbiamo usato l’educazione come antidoto, come la falce che “taglia l’erba sotto i piedi” alla cultura del malaffare, secondo l’insegnamento prezioso di Antonino Caponnetto”.
“Oggi – continua don Ciotti – ci accorgiamo che dobbiamo aggiornare i nostri strumenti e linguaggi”. Basta guardare al web, che “è diventato in breve tempo una piazza di educazione formale e informale, buona e cattiva, consapevole e inconsapevole. Dentro si trova di tutto, e in questo tutto bisogna sapersi muovere, e distinguere, e brillare per la qualità dei messaggi che si porta”.
“Ecco perché – conclude – vogliamo metterci in discussione, come adulti, come operatori e operatrici sociali, come attivisti e attiviste per i diritti, come educatori ed educatrici. Il convegno Comunità che educa comunità, che Libera organizza al Gruppo Abele di Torino dal 23 al 25 gennaio, ci serve a inaugurare una nuova stagione educativa, per uscire insieme dal buio e dal senso di sopraffazione”.