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Se fossi ministro: risposta agli studenti che boicottano l’orale alla maturità

Se fossi ministro, per prima cosa vi ascolterei. Per capire cosa intendete con “essere contro il sistema dei voti” – fino a che punto – e con “non ci sentiamo riconosciuti a scuola”. Quindi vi chiederei se intendete eliminare qualcosa di troppo, oggi nocivo a scuola, oppure introdurre fattori mancanti e ridefinire priorità, mettendo davanti quanto finora trascurato o ignorato.

Per voi i voti sarebbero da eliminare o rivedere? Semmai, in che modo?
Ecco, dopo l’ascolto passerei alle domande. Perché ogni cambiamento richiede una direzione da definire dopo un’analisi, di cercare insieme il bivio da prendere verso una scuola migliore.
Da ministro, inizierei umilmente copiando, anzi, curiosando un po’. Terminato l’ascolto e le domande, mi guarderei intorno come uno studente davanti a un difficile compito, curioso di capire come gli altri l’hanno già svolto. Così, se nel banco accanto riconoscessi la forma allungata del Giappone, vedrei che anche questo Paese, “disegnando” la sua scuola, ha inserito il capitolo “voti”. Ma con un contenuto diverso. Sbirciando meglio vedrei che la scala di valutazione adottata in Giappone è la seguente:

Immagine tratta dalla pagina web: https://take-the-leap.wep.org/it/come-funziona-il-sistema-scolastico-giapponese/

Avrei così imparato che tra gli estremi “aboliamo i voti” e “preserviamo lo status quo” c’è un mondo.

Se fossi ministro ricorderei allora il filosofo Hegel, il quale affermava che la quantità non è solo una misura, ma un elemento che, superato un certo limite, porta a una vera e propria trasformazione qualitativa della realtà. Penserei: l’attuale sistema italiano dei voti – basato su una scala che va da 1 a 10 – segue una logica da “farmacista”, tanto ampia e dettagliata è la forbice dei voti. Sì, la sua peculiarità è l’attenzione stessa alla quantità. La scala giapponese invece ha una palese e sostanziale differenza… Notate? Non indaga il campo dell’insufficienza prevedendone molti livelli. Inoltre, anche nell’apprezzare i buoni esiti, non “spreca” tanti voti quanto noi che abbiamo il sei, il sette, l’otto, il nove e il dieci. Tornando a Hegel, potrei dunque concludere che la nostra “ossessione quantitativa” rischia di distorcere l’essenza qualitativa dell’apprendimento, più legata alla postura dello studente nel processo che all’attenzione algebrica sui prodotti. Forse allora, l’attuale scala di giudizio risulta oggi pletorica e inadeguata per gli studenti, i quali denunciano di sentirsi troppo identificati dai voti, forse percepiti come “accanimento valutativo” invece che come indicatori di direzione. Questo può svilire proprio chi sta dietro quegli esiti numerici: gli studenti, il senso ultimo della nostra attenzione.

La complessa trama dell’apprendere è simile a un film in cui insegnanti e studenti interagiscono costantemente in una regia condivisa. Assegnando voti da farmacista però, gli insegnanti rischiano di ridurre trame complesse a “scatti”, pose che infine non giovano agli attori, e quindi al “film” dell’apprendere. Affinché gli studenti si sentano “visti” bisognerebbe assumere un’attenzione più responsabile alle persone, pronti a prenderci cura anche del malessere dei ragazzi, che poi è lo stesso della scuola e degli insegnanti. Renderci conto che la deriva meccanicistico-riduzionista, in atto nella società, affligge anche la scuola. In essa la complessità dei processi è ridotta alla linearità del causa-effetto, e sottomette le persone alla logica della quantità, l’essere all’avere. Ecco un semplice, drammatico, esempio di fallimento del pensiero lineare a scuola: brutti voti che non stimolano lo studente a riscattarsi nello studio ma, al contrario, possono deprimerlo fino a spingerlo, a volte, all’abbandono scolastico. Quale incidenza positiva ha avuto allora la nostra valutazione per lo studente la cui personalità e il cui orientamento sono in fieri?

Se dunque i voti – anche solo in alcuni casi – possono diventare un “veleno” per gli studenti, perché non pensare al detto di Paracelso, medico, alchimista ed astrologo svizzero del passato? Lui diceva: «Tutto è veleno… Solo la dose fa in modo che questo non sia un veleno». Bene, questa saggezza della moderazione sembra presente nel sistema di valutazione giapponese. Perché allora ci ostiniamo a pesare minuziosamente l’insuccesso se questo, già di per sé, “avvelena” chi lo sperimenta? I pedagogisti e gli psicologi non dicono forse di sottolineare “il positivo” piuttosto che vagliare “il negativo”? Non è forse difficile parlare di “positivo” quando registriamo un 2 – magari in rosso – sulla spalla di un compito? E poi, anche per sottolineare il positivo, servono davvero ben cinque livelli (dal 6 al 10)? No, l’essenza stessa della scuola rischia di annegare nell’ossessione definitoria degli esiti.

Si potrebbe ora osservare che un 2 non è uguale a un 5, e che queste valutazioni – pur parimenti insufficienti – servono a dare un feedback accurato allo studente. Ma se davvero ci interessa formare ed educare i ragazzi, è proprio così necessario dire “quanto” sono insufficienti le prove? Credo invece che sarebbe più utile spendersi per spiegare dove e come migliorare. Per far questo annotare, vicino a quel vago – ma a mio avviso saggio – “cinque giapponese”, le criticità riscontrate. Che sia in una prova, nella preparazione di fine quadrimestre o in quella di fine anno. Lo studente comprenderebbe allora che l’importante non è “il numero” (troppo definitivo ai suoi occhi, magari insondabile, perfino estremo quando pensato relativo alla propria persona) ma “il merito”, cioè gli aspetti da migliorare e da rivalutare in seguito. Questo non solo per arrivare alla “sufficienza” – che è un altro numero – ma perché si palesi chiara la vera richiesta dell’insegnante, che è necessità per la scuola: far acquisire utili competenze sì, ma mentre si educa a crescere, cioè si insegna a non perdere mai la fiducia in sé stessi. Se fossi ministro avrei chiaro infatti che il merito risiede nella consapevolezza dei propri limiti unita alla fiducia di poterli superare. Perché, caro ministro, gli studenti più bravi – e dovrebbero esserlo tutti! – non sono propriamente quelli con “i voti più alti”, quanto coloro che non hanno perso la fiducia in sé, che sanno che si può cadere ma anche rialzarsi, che si focalizzano su come imparare dall’errore piuttosto che sull’errore stesso. Quelli la cui soddisfazione non è un pesante attaccamento ai numeri, ma la leggera consapevolezza di poter progredire nonostante tutto, quando affiancati da insegnanti e compagni che non siano giudici né competitor. Tutto questo – hanno ragione gli studenti insoddisfatti dall’attuale “sistema dei voti” – non è riconducibile a numeri, tanto precisi quanto ingannevoli, ma a qualità umane, alla relazione docente-discente, al senso di cura per sé, l’altro, il mondo.

Quindi, se fossi ministro, adotterei subito un sistema di valutazione più sobrio, scientemente più impreciso. Per far capire che l’importante è altrove! Magari suggerirei il modello giapponese. Anzi no, prima chiederei agli studenti: «Che ne pensate di questa riflessione? Come possiamo attraversare insieme il guado che ci avete posto alla Maturità?».
Questo farei. Non foss’altro per sfidarli su quel nuovo entusiasmate terreno evocato: una Scuola migliore.
Saluto e ringrazio la redazione di La tecnica della scuola per il suo cordiale ascolto e la disponibilità offertami.

Pietro Petroni

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