BreakingNews.
Ascolta le ultime notizie
00:00
00:00
Aggiornato il 15.03.2026
alle 16:41

Se il docente non può insegnare, in pericolo è la libertà di insegnamento

«Sono un docente, e dopo 20 anni di carriera spesi a dare (e a sopportare) tutto per amore di ciò che amo… ho capito che vorrei cambiare lavoro». Inizia così la lettera scritta lo scorso agosto alla nostra testata dal Professor Marco Radaelli, che insegna storia e filosofia nei licei. La lettera si può leggere integralmente sul nostro sito, ed è stata poi pubblicata anche dal Corriere della Sera il 3 settembre e il 12 gennaio. Radaelli è peraltro autore di un testo di spessore sulla propria esperienza didattica: “Educare insegnando. Ciascuno darà frutto secondo la propria specie”, cui il nostro bravo collega Pasquale Almirante ha dedicato su La Tecnica della Scuola un’interessante recensione due anni or sono.

La lettera impressiona, perché scritta da un intellettuale, studioso di filosofia e appassionato d’insegnamento. Al docente — scrive Radaelli — si chiede di far tutto, tranne insegnare: «psicologo, psichiatra, psicoterapeuta, informatico, ingegnere, pedagogista. E anche, all’occorrenza, saltimbanco capace di rendere accattivante ogni lezione, o giullare».

Il coraggio e la forza di gridare a pieni polmoni che il re è nudo

«La scuola di oggi fa della parola inclusività il grimaldello attraverso il quale rinchiudere chiunque nel recinto dell’ignoranza (…) Oggi si è riempita la scuola con le più svariate e variopinte educazioni (a questo, a quest’altro, a quello, a quell’altro… a tutto e anche al contrario di tutto). (…) Il tutto a discapito delle ore di lezione, drasticamente diradate e ridotte a semplici (e fastidiosi) accessori». Si vuole che il docente sia «molto capace di non urtare in alcun modo la sensibilità dei piccoli pargoli».

Docenti-burocrati “in stile sovietico”… e tutti gli alunni promossi

«Infine, ovviamente, un docente deve essere burocrate. (…) Di quelli in stile sovietico, che non parlano, non discutono, non giudicano, non sollevano la testa. (…) Meglio ancora se riescono a fare tutto questo senza disturbare nessuno (leggi: dando voti dal sei in su a chiunque, qualunque cosa faccia). (…) Eppure i promossi sono sempre di più, gli esami di riparazione sempre di meno, i maturati (???) praticamente tutti. (…) La bontà e l’inclusione hanno raggiunto livelli altissimi, e di certo incompatibili con il merito, la cultura e la crescita umana».

Colpire la libertà d’insegnamento compromette il futuro

È il malessere di chi tanto ha amato la cultura da impegnare l’intera vita nel dono della cultura ai giovani, con l’intento di liberarne tutte le migliori energie intellettuali ed etiche; e si ritrova, invece, a vivere un incubo ogni giorno più cupo, tra stipendi oltraggiosi, discredito sociale e — diciamolo una buona volta — violazione quotidiana della libertà d’insegnamento. Quella libertà d’insegnamento che la Costituzione tutela solennemente all’articolo 33, e che Piero Calamandrei considerava strettamente collegata alla stessa democrazia. La Scuola, secondo lui e secondo gli altri padri e madri costituenti, deve esser libera e accessibile a tutti, onde realizzare il “miracolo” di trasformare in consapevoli cittadini quelli che altrimenti sarebbero sudditi. Perché l’ignoranza è inconsapevole sudditanza, il contrario della libertà.

Chi non condividesse questo principio, non avrebbe intenzioni sinceramente democratiche. La libertà d’insegnamento è lo strumento mediante il quale il docente fa nascere nel discente la capacità di giudizio critico, mettendo a confronto prospettive differenti e incoraggiando l’espressione del proprio parere da parte del discente stesso.

Se a scuola non si fa più Scuola

C’è libertà d’insegnamento, se il docente non è libero d’organizzar la didattica come crede, perché pressato da mille richieste “altre”, da mille pressioni miranti a ottener voti alti e promozioni facili, da cento intromissioni quotidiane nel proprio lavoro? Il percorso didattico è frammentato, interrotto, neutralizzato: nei licei, tra progetti, educazione civica, viaggi d’istruzione, uscite didattiche, conferenze, orientamenti, scuola-lavoro, occupazioni, assemblee studentesche, settimane bianche, ben poco tempo resta ai docenti per strutturare coerentemente l’insegnamento, e ai discenti per concentrarsi nell’apprendimento.

Da destra a sinistra, 30 anni di destrutturazione del diritto alla cultura

È il risultato di 30 anni di controriforme ai danni di una Scuola seria e realmente democratica (ossia mirata a rimuovere gli ostacoli che impediscono la liberazione da ignoranza e pregiudizi). Si è costruita, da destra e da sinistra, una democrazia scolastica finta, che scambia l’inclusione per promozione assicurata (ipocritamente definita “successo formativo”). Certa Destra, classista e neoliberista, non è interessata a diffondere la cultura alta tra tutti i cittadini finanziando una Scuola pubblica seria, efficace, funzionante; certa Sinistra, non avendo letto nemmeno Gramsci, crede che lo studio approfondito sia una tortura per le classi popolari; condannandole così (come certa Destra vuole) a un futuro di subalternità “per nascita”. Destra e Sinistra convergono insomma nella deformazione/devastazione della Scuola pubblica, istituita dalla Costituzione per elevare il livello culturale di tutti i cittadini.

Conseguenza tangibile: ignoranza generalizzata, maleducazione, indifferenza per l’Altro, pregiudizi dilaganti, incapacità di distinguere il vero dalla frode, il giusto dal disonesto, il bello dalla sozzura, i negazionismi d’ogni risma dal rigore scientifico della conoscenza oggettiva.

Chi ha il potere di difendere la libertà d’insegnamento? Il Collegio dei Docenti

In un simile disegno c’è posto per il docente onesto, che voglia insegnare davvero? O solo per chi ubbidisce? Eppure la libertà d’insegnamento è scritta in Costituzione, nei Decreti Delegati del 1974, e persino nella posticcia “autonomia” scolastica del 1997 (di fatto eteronomia, che impose il Dirigente Scolastico al Collegio dei Docenti, contraddicendone la libertà deliberativa). Qui però sta la responsabilità dei docenti: l’aver rinunciato a far valere le Leggi, a difendere la libertà, a opporsi a progetti e amenità varie. Il luogo ove resistere è il Collegio Docenti: ricordiamocelo, prima che sia trasformato anche de iure in un parco buoi.

Non è mai tardi per difendere la propria professionalità e il futuro del Paese. Ben lo sanno i docenti degni di questo nome.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate