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21.10.2026

Selvaggia Lucarelli: “Noi diciamo sempre che i docenti devono dire ai ragazzi cosa fare sul web. Ma chi insegna agli insegnanti?”

La scrittrice e giornalista Selvaggia Lucarelli è stata la protagonista dell’ultima puntata del podcast Non lo faccio x moda, condotto da Giulia Salemi, influencer e personaggio televisivo. Lucarelli, al momento l’autrice più seguita d’Italia su Substack, in quasi due ore di conversazione ha anche parlato di scuola.

Lucarelli si è più volte occupata dei casi di violenza nelle scuole, come i vari accoltellamenti ad insegnanti per mano di minorenni, cercando di capire i motivi con l’aiuto della studiosa dei fenomeni social Serena Mazzini.

Il suggerimento di Lucarelli

Ecco, secondo Lucarelli, cosa dovrebbero fare genitori e docenti: “Ascoltarli e chiederci cosa stanno facendo nella loro cameretta. Questi ragazzi non sono ascoltati, non hanno interlocutori, sono soli, c’è un profondo senso di solitudine in loro e quindi cercano stimoli, compagnia. Spesso trovano chi li adesca e, essendo in un’età spesso molto plasmabile, molto malleabile, li fanno diventare ciò che vogliono. Tra l’altro sono giovanissimi: questi ragazzi spesso non hanno neanche 13 anni, quindi agiscono sapendo che non saranno poi imputabili e quindi sanno di potere fare qualsiasi cosa perché poi non possono di fatto essere neppure processati”.

“Secondo me bisogna mettersi profondamente in ascolto e poi avere un minimo di educazione digitale. Non possiamo più dire: ‘Eh ma che ne so io, non so cos’è quello, non so cos’è Fortnite, non so cos’è’; dobbiamo chiederci se non è il caso di imparare un po’ il loro linguaggio, il loro mondo”.

“Noi diciamo sempre: ‘Eh vabbè, ma a scuola i professori, gli insegnanti devono dire ai ragazzini cosa devono fare sul web’, ma chi lo dice agli insegnanti? Cioè, chi insegna agli insegnanti?”, ha concluso.

L’analisi di Mazzini

Dietro l’accoltellamento della docente a Roma non ci sarebbe soltanto un brutto voto. Secondo l’inchiesta di Serena Mazzini, giornalista ed esperta in critica dei new media e fenomeni social, pubblicata nella newsletter “Vale Tutto” di Selvaggia Lucarelli, il 13enne apparterrebbe alla True Crime Community, una sottocultura online che trasforma gli autori delle stragi in celebrità e i loro fan in emulatori.

Secondo l’inchiesta di Serena Mazzini, le finalità di queste reti sono in parte ideologiche. Nei gruppi circolerebbero simboli e acronimi di matrice suprematista e neonazista, come il Sole Nero, e slogan che invocano la morte di neri, ebrei, omosessuali, musulmani e migranti: tra questi, sempre secondo l’autrice, il “TMD” che compariva sulla maglietta del 13enne. Repubblica aveva parlato di una rete suprematista e “accelerazionista” attiva su Telegram. Mazzini richiama però anche una dimensione nichilista: citando il rapporto Europol, descrive un’ibridazione di ideologie all’interno dell’estremismo violento, in cui contano soprattutto la spettacolarizzazione del gesto, la diretta e la possibilità di diventare un’icona per la community.

Secondo le analisi e i dati raccolti dall’esperta, è la terza volta in sei mesi che va in scena la stessa scena: dopo Trescore Balneario e San Vito Lo Capo, il caso di Centocelle. Ricompaiono gli stessi elementi, dal casco con la telecamera alla maglietta con una scritta, dal conto alla rovescia pubblicato online ai nomi degli stragisti. Secondo l’autrice, ogni ragazzo copia chi è venuto prima. Il conto alla rovescia, ad esempio, servirebbe a dare al pubblico l’ora dello spettacolo. Per questo il movente non si esaurirebbe nel debito formativo o nel disagio personale, spiegazioni che in quasi tutti i casi sono state le prime a essere fornite.

Il percorso, spiega l’inchiesta, parte da profili pubblici che diffondono montaggi e meme sugli stragisti, spesso resi “carini”. Segue l’invito a un gruppo chiuso, con prove di fedeltà da superare. Quando un canale viene chiuso, il gruppo si sposta su un’altra piattaforma con gli stessi partecipanti. Produrre e pubblicare sono attività separate: il ragazzo prepara il materiale e compie il gesto, altri account lo diffondono; il contenuto sopravvive al sequestro del telefono perché qualcun altro lo aveva già in mano.

La preparazione avviene in maniera puntigliosa: ogni ragazzo che si appresta a eseguire una “vendetta” sa perfettamente a cosa va incontro, incluso il fatto che per la sua età non gli avrebbero fatto nulla. Ad esempio, il tredicenne di Bergamo nel manifesto scriveva “ho tredici anni, non possono processarmi né mettermi in carcere”, e aggiungeva che avrebbe usato la cosa a proprio vantaggio.

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