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21.09.2026

Prof accoltellata, non è per un brutto voto, dietro c’è la True Crime Community che spinge i ragazzi a copiare le stragi. L’inchiesta di Serena Mazzini

Dietro l’accoltellamento della docente a Roma non ci sarebbe soltanto un brutto voto. Secondo l’inchiesta di Serena Mazzini, giornalista ed esperta in critica dei new media e fenomeni social, pubblicata nella newsletter “Vale Tutto” di Selvaggia Lucarelli, il 13enne apparterrebbe alla True Crime Community, una sottocultura online che trasforma gli autori delle stragi in celebrità e i loro fan in emulatori.

Le finalità delle chat

Secondo l’inchiesta di Serena Mazzini, le finalità di queste reti sono in parte ideologiche. Nei gruppi circolerebbero simboli e acronimi di matrice suprematista e neonazista, come il Sole Nero, e slogan che invocano la morte di neri, ebrei, omosessuali, musulmani e migranti: tra questi, sempre secondo l’autrice, il “TMD” che compariva sulla maglietta del 13enne. Repubblica aveva parlato di una rete suprematista e “accelerazionista” attiva su Telegram. Mazzini richiama però anche una dimensione nichilista: citando il rapporto Europol, descrive un’ibridazione di ideologie all’interno dell’estremismo violento, in cui contano soprattutto la spettacolarizzazione del gesto, la diretta e la possibilità di diventare un’icona per la community.

Il filo conduttore

Secondo le analisi e i dati raccolti dall’esperta, è la terza volta in sei mesi che va in scena la stessa scena: dopo Trescore Balneario e San Vito Lo Capo, il caso di Centocelle. Ricompaiono gli stessi elementi, dal casco con la telecamera alla maglietta con una scritta, dal conto alla rovescia pubblicato online ai nomi degli stragisti. Secondo l’autrice, ogni ragazzo copia chi è venuto prima. Il conto alla rovescia, ad esempio, servirebbe a dare al pubblico l’ora dello spettacolo. Per questo il movente non si esaurirebbe nel debito formativo o nel disagio personale, spiegazioni che in quasi tutti i casi sono state le prime a essere fornite.

Come funziona la community

Il percorso, spiega l’inchiesta, parte da profili pubblici che diffondono montaggi e meme sugli stragisti, spesso resi “carini”. Segue l’invito a un gruppo chiuso, con prove di fedeltà da superare. Quando un canale viene chiuso, il gruppo si sposta su un’altra piattaforma con gli stessi partecipanti. Produrre e pubblicare sono attività separate: il ragazzo prepara il materiale e compie il gesto, altri account lo diffondono; il contenuto sopravvive al sequestro del telefono perché qualcun altro lo aveva già in mano.

La preparazione avviene in maniera puntigliosa: ogni ragazzo che si appresta a eseguire una “vendetta” sa perfettamente a cosa va incontro, incluso il fatto che per la sua età non gli avrebbero fatto nulla. Ad esempio, il tredicenne di Bergamo nel manifesto scriveva “ho tredici anni, non possono processarmi né mettermi in carcere”, e aggiungeva che avrebbe usato la cosa a proprio vantaggio.

L’inchiesta e la segnalazione a TikTok

Durante i mesi della sua indagine, Mazzini aveva già segnalato a TikTok decine di contenuti di radicalizzazione violenta. La piattaforma, riferisce, ne ha rimossi circa una decina, mentre ne restano attivi decine di migliaia con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Per entrare in questi gruppi, aggiunge, sono bastate poche ore seguendo un paio di profili, e l’algoritmo ha fatto il resto in meno di una settimana. Da maggio, ricorda, sono trascorsi quattro mesi e due aggressioni. Segnalare il singolo video, sostiene, non basta.

Piattaforme ed età diverse, stesso fine

Secondo l’autrice il percorso passa da due infrastrutture: TikTok, dove circolano i montaggi celebrativi, e Roblox, dove il 40% degli utenti ha meno di 13 anni e si parla con sconosciuti in stanze prive di moderazione. Da lì i canali di reclutamento migrano su Discord e Telegram. Le età cambiano, la deriva resta la stessa.

Le soluzioni proposte

Mazzini chiede due interventi: un obbligo di trasparenza sui flussi di questi contenuti, con accesso ai dati per ricercatori e autorità, e un intervento sulle piattaforme di gioco, oggi trattate come intrattenimento. Vietare i social agli under 15 senza queste misure, avverte, significherebbe spostare i ragazzi in spazi ancora meno controllabili. Per Mazzini non si tratta di un problema solo educativo: genitori e insegnanti da soli non sono preparati a un fenomeno così rapido. Per citare la giornalista: “Servono due cose, e servono adesso: un obbligo di trasparenza sui flussi di questi contenuti, con accesso ai dati per ricercatori e autorità, perché oggi l’unico modo per sapere cosa guardano i ragazzini è infiltrarsi nei loro gruppi come abbiamo fatto noi e questo non è più accettabile; e un intervento sulle piattaforme di gioco, che vengono trattate come intrattenimento per bambini e funzionano come reti sociali senza sorveglianza. Vietare i social agli under 15 senza fare né l’una né l’altra cosa significa spostare i ragazzini un metro più in là, dentro spazi che sono ancora meno controllabili”.

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