Alle 9 di oggi, 21 agosto, dopo tanto accumulo di nubi, lo storico centro sociale, Leoncavallo, è stato sgombrato, grazie all’intervento di ingente forze dell’ordine tra polizia e circa 130 carabinieri. Occupava lo spazio in via Watteau dal 1994.
Agli ex occupanti del “Leonka” sono stati accordati 30 giorni per prendere le cose che ancora possono interessare, mentre sembra che lo sgombero del centro sociale sia stato rinviato un centinaio di volte e lo stesso ministero dell’Interno era stato condannato a risarcire tre milioni di euro ai Cabassi, proprietari dell’area, proprio per il mancato sfratto.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha commentato: “Ieri ero a Palazzo Marino, impegnato in incontri di lavoro. Ho delegato il vicecomandante della Polizia locale in mia rappresentanza a partecipare al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza che, come consuetudine, si tiene ogni mercoledì. In quella sede non è stato fatto cenno ad alcuno sfratto esecutivo del centro sociale Leoncavallo. Per un’operazione di tale delicatezza, al di là del Comitato, c’erano molte modalità per avvertire l’Amministrazione milanese. Tali modalità non sono state perseguite e solo stamattina ho ricevuto dal Prefetto la notizia”.
Ha affermato invece sui social la premier Giorgia Meloni: “In uno Stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità. Le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole. Il Governo continuerà a far sì che la legge venga rispettata, sempre e ovunque: è la condizione essenziale per difendere i diritti di tutti”.
Intanto, raccontano le agenzie, dagli attivisti e da altri militanti storici del centro sociale, che hanno attraversato tutte le stagioni, dai primi sgomberi, con pesanti scontri, fino all’occupazione del 10 settembre 1994, è partito un coro “viva il Leoncavallo”, accompagnato da “Bella ciao”.
Tuttavia commenta la presidente dell’associazione Mamme Antifasciste del Leonka: “Noi speriamo che non sia la fine, continuiamo a cercare delle alternative. Certo, adesso è molto più difficile. Questo modo di concludere questa fase, è un modo molto brutto, molto doloroso, che dà l’immagine di non avere nessuna volontà di dialogo. Uno può non essere d’accordo. Ma io espongo il mio punto di vista e l’interlocutore il suo. Invece questo muro è un indice delle scelte politiche di questa città. La cosa che ci fa arrabbiare, al di là del nostro dolore personale, è che questo che succede oggi è un sintomo. E a noi una città fatta così non ci sta bene. Noi elaboriamo delle idee e le proponiamo alla comunità. L’abbiamo fatto per 50 anni e continueremo a farlo anche in questo caso”.