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Siamo arrivati all’eutanasia dell’articolo 36 della Costituzione

Siamo davvero un paese strano! Tutti che parlano di mettere la scuola al centro delle politiche del paese ma si come l’impressione che si tratti di un immaginario auspicio più che di un reale convincimento. Se investire nella scuola – dicono in tanti – significa investire sul futuro del paese, investire sul personale NON significa fare “spesa finanziaria” ma semplicemente riconoscere – come è scritto nella nostra Costituzione – la QUALITA’ del lavoro.

Se poi aggiungiamo l’altro termine – la QUANTITA’ – possiamo dire allora che il nostro CCNL sia “incostituzionale”. L’articolo 36, infatti, mette al centro il principio della congrua retribuzione , che deve essere proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato. Nella scuola italiana, invece, il personale docente riceve il riconoscimento economico sulla base di due criteri: anzianità di servizio e ordine di scuola.
E se lo mettiamo a confronto con altri apparati dello Stato siamo proprio fuori dalla Pubblica Amministrazione! Nella scuola italiana tutto il resto non conta nulla! Non conta nulla quanto tempo dedichi alla tua comunità scolastica nelle diverse forme di lavoro, non conta nulla quanta formazione certificata dal MIM consegui, non conta nulla la tua esperienza professionale nella docenza, non conta proprio un bel nulla lo svolgimento delle attività di collaborazione al dirigente scolastico per il funzionamento organizzativo e didattico, e, in ultimo, non hai un VERO sviluppo di carriera professionale oggi NON carriera.

Il modello contrattuale esclusivo dell’anzianità di servizio – che poteva avere un senso fino a 25 anni fa! – deve essere superato dal modello che tiene conto delle diverse forme di lavoro nelle quali si è impegnati e che l’attuale CCNL non riconosce.
Si vadano a leggere i diversi rapporti Eurydice sul tema! Ancodis lo afferma da anni: il lavoro nella scuola non ha più quel riconoscimento sociale che rende onore a chi lo svolge; non ha più quel riconoscimento economico che se sei giovane ti consente di costruirti un futuro sostenibile e se sei già in età avanzata di avere una serenità per il dopo; non ha più quell’azione attrattiva che ti fa decidere di restare nella comunità scolastica senza la necessità di ricercare alternative economicamente e socialmente “più robuste” o un secondo lavoro più o meno “alla luce del sole”.
Se si vuole invertire la rotta l’’unica strada percorribile è dare un senso a chi oggi decide di entrare nel complicato modo della scuola reale, di restarci convintamente, di affrontare con il necessario entusiasmo le inevitabili difficoltà che quotidianamente viviamo con i nostri bambini, ragazzi e ragazze adolescenti, giovani adulti, con i genitori.

Il rischio di avere nei prossimi anni un’età media prossima ai 50 anni (oggi in UE è di 45 anni) è concreto: la scuola fatta per i nostri giovani in mano a uomini e donne relativamente vecchi! Un paradosso che condiziona negativamente le comunità scolastiche. Dobbiamo allora rompere l’attuale modello contrattuale per rendere davvero attrattivo il lavoro di un docente, favorirne la permanenza nel tempo, renderlo conveniente dal punto di vista economico…e sociale. Per fare questo, si abbia il coraggio di rompere le attuali “gabbie” stipendiali limitanti e demotivanti connesse esclusivamente all’anzianità di servizio, si riconoscano il valore e la qualità delle diverse forme di lavoro NECESSARIE alla scuola autonoma, si sostengano le diverse risorse umane e professionali ricche di esperienza e arricchite da percorsi di formazione specifica, si metta al centro la quantità del lavoro quotidianamente svolto in favore degli alunni e della comunità scolastica. Allora finalmente potremo dire che nella scuola italiana l’articolo 36 della Costituzione italiana ritorna a (ri)vivere!

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