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24.10.2026

Decreto scuola, il parere di Mario Maviglia, già ispettore e provveditore agli studi: forse sono misure fuori misura che modificano i rapporti fra Governo e Parlamento [INTERVISTA]

Sulle soluzioni che il Governo sta prospettando per alcuni temi di largo interesse (alunni stranieri, burqa, …) abbiamo raccolto il parere di Mario Maviglia, già ispettore tecnico e provveditore agli studi di Brescia.


Professore, partiamo dalla Costituzione. L’articolo 77 consente al Governo di emanare decreti-legge soltanto in «casi straordinari di necessità e d’urgenza». Questo principio viene rispettato?

I numeri inducono a qualche riflessione. Al 13 luglio 2026, nella XIX legislatura, sono state approvate 340 leggi, di cui 117 di conversione di decreti-legge, mentre il Governo ne ha emanati 133. Possiamo immaginare che tutti rispondessero a reali situazioni di necessità e urgenza, ma alcuni provvedimenti sollevano seri dubbi.

Uno di questi riguarda il decreto-legge n. 170 del 30 settembre 2026, che interviene anche sulla scuola. Che cosa la lascia perplesso?

L’articolo 12 vieta di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, una misura che il Governo ha collegato soprattutto all’uso del burqa e del niqab. Ma era davvero necessario intervenire con un decreto-legge?
Esiste già la legge n. 152 del 1975, la cosiddetta Legge Reale, che vieta, in determinate condizioni, l’uso di mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona. Perché non tenerne conto? Se il Governo non conoscesse la normativa esistente, sarebbe grave.
Inoltre, quanti studenti frequentano le scuole italiane con il volto coperto? Qualche unità? Non sono stati pubblicati dati che dimostrino la gravità del fenomeno. Come ironizza Maurizio Crozza, fare un decreto sul burqa è come vietare di entrare alle poste vestiti da Zorro.

Il decreto introduce anche un tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi iniziali. È una misura urgente?

Anche qui l’urgenza appare discutibile. Il testo ufficiale prevede criteri specifici: nella scuola primaria il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia oppure non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Nella scuola secondaria riguarda invece gli studenti stranieri che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni scolastici nel sistema nazionale di istruzione.
Facendo qualche conto, in una classe primaria di 26 bambini occorrerebbero almeno otto alunni che rientrino nelle condizioni previste per superare il limite. Nella secondaria, in una classe di 27 studenti, ne servirebbero almeno otto che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni scolastici. Sono situazioni possibili, ma circoscritte.
Eppure, si ricorre alla decretazione d’urgenza. Il precedente della circolare Gelmini del 2010 dovrebbe suggerire prudenza: il tetto del 30% incontrò difficoltà organizzative e rimase in larga misura inapplicato, anche per i problemi legati ai trasporti e al coordinamento con gli enti locali.
Il rischio è che il limite rappresenti soprattutto un messaggio politico rivolto a chi teme che gli studenti stranieri diventino maggioranza nelle classi, anziché una soluzione concretamente praticabile.

C’è anche il problema della cittadinanza.

Certamente. Molti ragazzi nati e cresciuti in Italia sono ancora classificati come stranieri perché non possiedono la cittadinanza italiana. La normativa non la attribuisce automaticamente a chi nasce nel nostro Paese da genitori stranieri. Si crea così una distanza tra la realtà sociale e la classificazione giuridica degli studenti.

Un’altra disposizione impone di segnalare ai servizi sociali le famiglie straniere le cui difficoltà linguistiche ostacolino il percorso scolastico dei figli. Come valuta questa norma?

La disposizione prevede che i genitori segnalati frequentino un corso gratuito di italiano presso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (CPIA), fino al livello A2. Il mancato svolgimento del percorso può comportare una sanzione da 200 a 1.000 euro.
Ma come fanno gli insegnanti a stabilire che le difficoltà linguistiche dei genitori compromettono l’integrazione, il comportamento o il percorso educativo dei figli? Servirebbe una conoscenza approfondita delle condizioni familiari e delle modalità con cui i genitori sostengono i propri ragazzi.
Non si può presumere che conoscere poco l’italiano significhi essere genitori poco attenti. Anche in questo caso, sarebbe stato opportuno un confronto più approfondito attraverso una procedura legislativa ordinaria. Qual è, infatti, la necessità di intervenire con urgenza?

Il problema, quindi, riguarda anche l’equilibrio tra Governo e Parlamento?

Sì. Il ricorso frequente ai decreti-legge, accompagnato dal ricorso al voto di fiducia, rischia di comprimere il ruolo del Parlamento, riducendo i tempi e gli spazi del confronto democratico.
La Costituzione assegna alle Camere la funzione legislativa e ammette l’intervento del Governo soltanto in circostanze straordinarie. Quando l’eccezione diventa una prassi, si crea uno squilibrio tra i poteri dello Stato.
È una tendenza che considero preoccupante e che può alimentare una deriva autoritaria. Si parla talvolta di «democratura»: un sistema che conserva le forme della democrazia, ma assume comportamenti sostanzialmente autoritari.

Come interpreta, infine, l’attenzione del Governo verso la regolamentazione della presenza degli stranieri nella scuola?

La leggo anche come una scelta ideologica, legata alla pressione di settori dell’elettorato xenofobo e alla crescita di movimenti di estrema destra, come quello guidato da Roberto Vannacci.
La decretazione d’urgenza diventa così uno strumento per trasmettere un’immagine di efficienza e fermezza. Si comunica che il Governo interviene rapidamente, ma non è detto che le misure siano efficaci o risolvano i problemi.
La scuola ha bisogno di politiche fondate su dati verificabili, risorse adeguate e confronto con chi vi lavora ogni giorno. Ha bisogno di sostenere l’apprendimento, l’inclusione e il rapporto tra famiglie e insegnanti, non soltanto di nuove norme.
Quando l’ideologia prende il posto dell’analisi e il decisionismo prevale sul confronto democratico, il rischio è che la legislazione diventi soprattutto propaganda. E a rimetterci non è soltanto la scuola, ma la qualità stessa della nostra democrazia.

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