Nel settore privato non agricolo, nel 2024, la quota di imprese con almeno un contratto di lavoro “agile” si attesta intorno al 3%, mentre nel settore pubblico al 17%. Nella scuola, però, il lavoro da casa non decolla: solo tra personale Ata e dirigenti scolastici, in presenza di particolari requisiti, come l’assistenza ai figli in età tenera o di problemi di salute, è infatti prevista l’adozione dello strumento del lavoro da remoto.
A confermarlo è il XXV Rapporto annuale dell’Inps presentato il 9 luglio a Roma. L’applicazione del lavoro a distanza, ha fatto notare l’istituto di previdenza, risulta maggiormente concentrata nelle imprese di grandi dimensioni e nel settore pubblico: le imprese con più di 100 dipendenti presentano le percentuali più elevate di adozione, raggiungendo fino al 51,8% nel settore privato non agricolo (2020) e al 56,8% nel pubblico (2024).
Le piccole imprese (0-15 dipendenti) mostrano, invece, una diffusione molto più contenuta, con valori generalmente inferiori al 5% nel privato e compresi tra il 7% e il 17% nel pubblico.
L’Inps ha anche evidenziato che dopo il picco del 2020 legato alla pandemia, la quota di imprese che adottano lo smart working tende a ridursi leggermente nelle piccole e medie imprese del settore privato, mentre nelle grandi imprese, soprattutto nel settore pubblico, i livelli rimangono elevati o addirittura aumentano negli anni successivi.
Nel settore privato le donne sono più rappresentate tra i lavoratori che svolgono almeno una parte della propria attività da remoto rispetto agli uomini.
Nel settore pubblico, invece, la situazione si inverte: ciò dipende dal fatto che nei settori dove c’è maggiore concentrazione di donne, come nella scuola o nella sanità, il ricorso al lavoro da remoto è limitato: la presenza della lavoratrice o del lavoratore è infatti ritenuta indispensabile per lo svolgimento regolare del servizio pubblico da sostenere per discenti e pazienti.
L’adozione del lavoro da remoto mostra una significativa eterogeneità territoriale. Il Nord-Ovest presenta sistematicamente i livelli più elevati, seguito dal Centro e dal Nord-Est, mentre Sud e Isole registrano valori significativamente più contenuti. Il divario risulta particolarmente evidente nel 2020: nel Nord-Ovest la quota di lavoratori in modalità da remoto raggiunge il livello più alto (circa 18-19%), seguita dal Centro (circa 16%) e dal Nord-Est (intorno al 13%).
Nel Mezzogiorno, invece, l’utilizzo di questa modalità organizzativa è molto più contenuto, attestandosi intorno al 3-3,5%.
Oggi, ha concluso l’Inps, pur ridimensionandosi rispetto al picco pandemico, le differenze territoriali rimangono persistenti: le regioni del Nord e del Centro si stabilizzano su livelli strutturalmente più elevati, mentre il Sud e le Isole continuano a mostrare un’incidenza del lavoro agile fortemente limitata.