Sanno che sarebbe meglio aspettare, eppure cedono. La maggior parte dei genitori italiani ritiene che l’età giusta per il primo smartphone sia 13 anni, ma in media lo consegna a 11. Un paradosso che non stupisce chi studia il rapporto tra minori e tecnologia, e che ha spinto una rete crescente di famiglie a scegliere la strada dei Patti Digitali: alleanze educative tra scuola, genitori e comunità per governare insieme ciò che da soli risulta quasi impossibile gestire.
Come riporta anche il Corriere, i numeri parlano chiaro. Dalla ricerca Il Patto educativo digitale della città di Milano, condotta su 6.500 genitori, emerge una dicotomia netta: alla domanda su quale sia l’età giusta per lo smartphone, la risposta più frequente è 13 anni; ma alla domanda su quando lo hanno effettivamente consegnato, la risposta media scende a 11. Il motivo, secondo il Centro di Ricerca Benessere Digitale dell’Università di Milano-Bicocca, è il timore che i figli si sentano esclusi dal gruppo. Stefania Garassini, giornalista, docente all’Università Cattolica di Milano e promotrice nazionale dei Patti Digitali, spiega: “I condizionamenti che arrivano dall’esterno, soprattutto quando parliamo di tecnologia, hanno il sopravvento e il genitore rischia più facilmente di perdere l’autorevolezza del ruolo che ricopre. Agire insieme è importante, stringere dei patti aiuta a sentirsi parte di una comunità che educa”.
La letteratura scientifica sul tema è sempre più consistente. Il cervello di un bambino o di un preadolescente fatica a governare gli impulsi e a rinunciare alla gratificazione immediata: l’uso precoce del cellulare è associato a ritardi nell’acquisizione del linguaggio, peggioramento del sonno, difficoltà di attenzione, aumento della miopia e disregolazione emotiva. Garassini avverte: “È importante sapere che più precocemente vengono utilizzati questi strumenti, più facilmente possono nascere forme di dipendenza”. I dati presentati dal professor Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria Infantile, in una ricerca del marzo 2026, mostrano che l’uso dei social media è associato a livelli più elevati di depressione, problemi comportamentali, autolesionismo e uso di sostanze, oltre a una minore percezione di sé e a un rendimento scolastico più basso. A tutto questo si aggiunge il dato di Save The Children: il 41,8% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni si rivolge a strumenti di intelligenza artificiale per ottenere conforto o instaurare una relazione.
La risposta non è la proibizione, ma l’accompagnamento. In Italia sono già 197 i Patti Digitali avviati, firmati da oltre 21 mila famiglie: alcuni nascono dalle scuole, altri dai comuni, altri ancora da gruppi di genitori. Il modello prevede regole condivise: niente smartphone prima dei 14 anni, nessuno schermo in camera da letto né prima di dormire, dispositivi esclusi dalla tavola e posizionati in luoghi comuni della casa. Accanto alle regole, il ruolo attivo dei genitori: essere presenti, dialogare, favorire la vita offline, non escludere la tecnologia ma accompagnare i figli alla sua scoperta. Garassini chiude con una riflessione che sintetizza l’intera filosofia del progetto, prendendo in prestito le parole dello psicologo Jonathan Haidt: “Abbiamo protetto moltissimo i figli nel mondo reale e li abbiamo lasciati invece molto soli nel mondo digitale. Spesso pensiamo che in cameretta, con uno smartphone, sia al sicuro. Non è così”.