Li chiamano studenti “gifted”, ovvero ad alto potenziale cognitivo. Come Simona, che a otto anni si pone interrogativi filosofici sull’esistenza, e che ha iniziato a leggere e a scrivere a quattro anni. Peccato che sui banchi, scrive La Stampa, non le sia garantita la serenità a cui avrebbe diritto, per esprimere al meglio le sue possibilità. “A scuola finisce gli esercizi subito, legge libri pensati per ragazzi più grandi e agli adulti fa domande sull’origine dei numeri e sulla morte”, scrive il quotidiano di Torino. “Alcuni la definiscono ‘un piccolo genio’. Lei, invece, quando entra in classe si sente un pesce fuor d’acqua. Tant’è che vorrebbe abbandonare la scuola“.
Il giornale chiarisce che gli alunni sono considerati plusdotati quando il quoziente intellettivo supera la soglia di 130. A questo dato, inoltre, devono associarsi una spiccata creatività, il pensiero divergente, un apprendimento molto rapido e una forte sensibilità emotiva. “Non essendo una disabilità non c’è una diagnosi, ma una valutazione da parte di professionisti abilitati”, si legge. Un disegno di legge sul tema, proposto dal ministro dell’istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, prevede la delega al governo per garantire la personalizzazione dei percorsi formativi. Quanto all’iter parlamentare, “è stato approvato in Senato ma deve ancora passare all’esame della Camera”.
Per quanto riguarda i numeri del fenomeno, “la plusdotazione non è neanche una condizione rara: secondo i pochi studi disponibili riguarda 430 mila studenti in tutta Italia, circa il 5%. Eppure qualcosa non torna: gli alunni ufficialmente censiti come plusdotati sono molto meno. Eclatante il caso del Piemonte, dove sono appena lo 0,24%”. Come dichiarato da Tiziana Catenazzo, referente dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte, “la stragrande maggioranza di loro oggi non viene riconosciuta dalla scuola”, anche se dalle ultime rilelavazioni risulta che “più della metà degli istituti ha individuato almeno un alunno plusdotato: tutte situazioni di cui le scuole già si fanno carico”.
Il punto è che riconoscere la plusdotazione è complicato, spiegarla alle scuole ancora di più. Un problema ricorrente, secondo un gruppo di ricerca composto dalle studiose Giulia Maria Cavaletto e Martina Visentin (Università di Padova), Federica Cornali e Alice Scavarda (Università di Torino). “Attraverso decine di interviste a studenti, genitori e docenti hanno ricostruito che cosa accade quando un bambino ad alto potenziale entra a scuola“, scrive ancora La Stampa. “Anche quando viene individuata, non sempre deve tradursi in un Piano didattico personalizzato. Le conseguenze non sono solo didattiche, ma possono riguardare anche il modo in cui questi bambini vivono se stessi“.
Una situazione delicata, insomma. Soprattutto quando si arriva al “masking”, il fenomeno in cui gli studenti plusdotati “nascondono le proprie capacità per sentirsi accettate dal gruppo dei pari”. In altre parole, “sono loro stessi a mimetizzarsi, soprattutto le ragazze”. In attesa di una legge ad hoc per affrontare il fenomeno e dare risposte – Cavalletto ribadisce che quella proposta dal ministro Valditara “non è ancora stata approvata dalla Camera” – famiglie e scuole sono spesso costrette a orientarsi da sole. “Con il rischio che il riconoscimento della plusdotazione”, conclude La Stampa, “dipenda più dalla sensibilità del singolo docente che da un percorso strutturato”.