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22.09.2026

Tetto agli studenti stranieri, l’ex ministro Fioramonti: “Nelle scuole classi ghetto anche per le pressioni dei genitori italiani”

Lorenzo Fioramonti, ex Ministro dell’Istruzione, interviene nel dibattito sulla presenza degli studenti con cittadinanza non italiana nelle classi e sulla proposta del Governo di fissare un tetto massimo, contestando l’impostazione che assume la cittadinanza come principale criterio per affrontare le difficoltà di integrazione scolastica.

In un lungo intervento pubblicato sui social, Fioramonti parte dalle dichiarazioni della Presidente del Consiglio sulla necessità di evitare situazioni nelle quali gli alunni italiani possano trovarsi in minoranza.

La questione dell’inclusione e dell’integrazione nella scuola è certamente seria. Ma proprio per questo sarebbe utile partire dal problema reale, evitando di trasformare la cittadinanza degli studenti nel criterio attraverso cui interpretare difficoltà che hanno spesso origini molto diverse”.

Il limite del 30% esiste già

Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda la disciplina già prevista dalla circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, dedicata alle indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana.

Le disposizioni ministeriali del 2010 prevedono, come criterio organizzativo, che gli alunni con cittadinanza non italiana e con ridotte conoscenze della lingua italiana non superino di norma il 30% degli iscritti in ciascuna classe. Sono tuttavia ammesse deroghe: la soglia può essere innalzata, ad esempio, quando gli studenti stranieri possiedono adeguate competenze linguistiche, con espresso riferimento anche agli alunni nati in Italia.

Su questo aspetto Fioramonti osserva: “Un limite alla presenza di alunni con cittadinanza non italiana, del resto, esiste già da oltre quindici anni. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010 stabilisce infatti, come criterio organizzativo ordinario, una soglia del 30% per classe (che adesso viene riproposta dal Governo, come se non lo sapessero). La stessa circolare prevede però la possibilità di derogare a questa percentuale, anche in considerazione delle competenze linguistiche degli studenti. L’obiettivo dichiarato era quello di favorire una distribuzione equilibrata degli alunni e garantire un’effettiva integrazione scolastica”.

“Il vero problema” secondo Fioramonti

Secondo l’ex Ministro, il punto centrale non sarebbe quindi il numero degli studenti con cittadinanza straniera, quanto piuttosto la formazione di classi nelle quali finiscono per concentrarsi situazioni di particolare complessità educativa e sociale.

“Il vero problema della scuola italiana non è avere in una classe troppi studenti con un passaporto diverso. È concentrare sistematicamente nelle stesse classi gli studenti che presentano maggiori difficoltà, siano esse linguistiche, sociali, economiche, familiari o legate all’apprendimento”.

Fioramonti richiama in particolare il rischio della formazione di sezioni molto diverse all’interno della stessa scuola, con alcune classi nelle quali si concentrano studenti provenienti da situazioni familiari e sociali più favorevoli e altre caratterizzate da una maggiore presenza di fragilità e bisogni educativi.

L’ex Ministro attribuisce parte del fenomeno anche alle richieste delle famiglie: “Tengo anche a sottolineare che questa “segregazione” è spesso voluta proprio dai genitori italiani, che vogliono mantenere i propri figli in contesti più omogenei possibili e fanno quindi pressioni su presidi ed insegnanti per relegare gli altri in vere e proprie “classi ghetto””.

Cittadinanza e difficoltà linguistiche non coincidono

Un altro elemento sul quale Fioramonti richiama l’attenzione riguarda la distinzione tra cittadinanza, origine familiare e competenze linguistiche: “Possiamo avere una classe con una percentuale elevata di ragazzi di origine straniera, ma nati in Italia, perfettamente italofoni e pienamente inseriti nel percorso scolastico, che non presenta alcun particolare problema educativo. E possiamo avere, al contrario, una classe composta quasi interamente da cittadini italiani nella quale si concentrano dispersione scolastica, povertà educativa e difficoltà di apprendimento”.

La distinzione trova un riscontro nella stessa disciplina ministeriale del 2010, che consente di superare la soglia ordinaria del 30% proprio quando gli studenti con cittadinanza non italiana abbiano adeguate competenze linguistiche.

I dati aperti del Ministero continuano inoltre a distinguere, anche per l’anno scolastico 2024/2025, gli alunni in base alla cittadinanza italiana o non italiana.

Per Fioramonti, dunque, “è importante non confondere tre concetti profondamente diversi: cittadinanza, origine familiare e difficoltà scolastica. Essere cittadino straniero non significa automaticamente avere difficoltà linguistiche o di apprendimento, così come essere cittadino italiano non significa esserne privo”.

La proposta: classi equilibrate dal punto di vista educativo e sociale

La soluzione indicata dall’ex Ministro consiste nel modificare il criterio con cui viene affrontata la questione: non limitare semplicemente la percentuale degli studenti stranieri, ma prestare maggiore attenzione alla composizione complessiva delle classi.

Non un tetto agli stranieri, ma criteri molto più rigorosi per garantire classi equilibrate dal punto di vista educativo e sociale. Significa evitare la formazione di sezioni “forti” e sezioni “deboli”; distribuire in maniera equilibrata gli studenti con maggiori bisogni educativi; rafforzare il sostegno linguistico per chi è appena arrivato in Italia; investire in mediatori, insegnanti di sostegno e strumenti contro la povertà educativa”.

A questo Fioramonti accompagna una critica alla disponibilità delle risorse necessarie nelle scuole: “Ma la scuola, in genere, questi insegnanti non ce li ha o li assegna con mesi di ritardo, come sanno bene le famiglie dei ragazzi disabili”.

“La scuola pubblica dovrebbe essere il luogo nel quale le differenze si incontrano”

L’intervento si conclude riportando il dibattito sulla funzione inclusiva della scuola pubblica.

La scuola pubblica dovrebbe essere, per definizione, il luogo nel quale le differenze si incontrano. Non quello nel quale vengono separate”.

Per Fioramonti, quindi, la questione non dovrebbe essere posta in termini di quanti studenti stranieri possano essere inseriti in una stessa classe, ma di come evitare la concentrazione delle difficoltà e assicurare alle istituzioni scolastiche risorse adeguate per gestirle.

Perché una scuola inclusiva non è una scuola che separa le difficoltà. È una scuola che le distribuisce, le affronta e offre a tutti gli studenti la possibilità di crescere insieme. Ma per farlo, ovviamente, serve investire. E allora forse i politici preferiscono gli slogan ad effetto e a costo zero. Tanto poi non cambia nulla, ma alle elezioni la gente li vota lo stesso”.

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